Ogni cosa è kung-fu. Ma non ogni cosa è cinema. Karate Kid: Legends, per esempio, non lo è. È content. Lo spieghiamo subito. Anzi, a illustrarlo bene, è stata Stephanie Zacharek in un articolo del Time, in cui analizza come ad oggi la sovrapproduzione di prodotti, specialmente streaming, ha generato una biforcazione tra ciò che consideriamo cinema e ciò che riteniamo solamente “content”, in questo caso inteso anche come “riempitivo”. Una moltiplicazione delle produzioni e dei titoli che non sempre equivale, al contempo, ad altrettanta qualità, bensì semplicemente l’idea di opere che potrebbero esistere così, e basta, anche senza un pubblico. Il che non è solo la fine della sala, ma dell’esperienza cinematografica in sé, con Zacharek che afferma, sempre nel suo pezzo, non può esistere film senza il pubblico.
Il “content”, però, può avere una doppia valenza: da una parte può corrispondere alla necessità di prodotti da inserire nel proprio catalogo, dall’altra esiste già da molto prima che iniziasse l’egemonia delle piattaforme, rifacendosi alla famelica pratica degli studios di ridurre un proprio mondo, universo, franchise all’osso. Stavolta è toccato alla saga aperta nel 1984 che, con Legends, arriva alla sua sesta pellicola. Un’opera ambientata tre anni dopo gli eventi della sesta stagione di Cobra Kai, serie Netflix dall’acclamato successo con le sue prime stagioni, oltre a legittimazione del canone narrativo che va ad inserire la pellicola del 2010 con Jackie Chan e Jaden Smith nel filone della storia di Karate Kid, non più considerata quindi una sorta di reboot come da principio.
Quando nei nuovi film si aspettano solo i personaggi vecchi
I sequel – o prequel, spin-off, reboot – danno spesso il sentore di “content”, che è ciò che si respira tra le strade della New York che accoglie i protagonisti del nuovo film diretto da Jonathan Entwistle e in cui riporta anche i personaggi del già citato Chan insieme al Ralph Macchio che, a propria volta, riprende i panni del suo ormai doppio Daniel LaRusso. Ma la differenza proprio con Cobra Kai, a cui l’attore ha preso parte in questi anni, c’è tutta. Cominciata nel 2018 e andata ad affondare lì dove tanti film degli anni Ottanta si fermavano alla superficie, la serie indagava le ragioni e il carattere del villain originale dell’attore William Zabka, il leggendario Johnny Lawrence, lavorando di psicologia, ma non appesantendo mai un prodotto che sembrava mantenere vivo un autentico amore per la saga ideata dallo sceneggiatore Robert Mark Kamen.
Che poi lo show abbia fatto dei voli pindarici e non abbia saputo mantenersi ancorata ad una qualche plausibilità è solo un altro segno che non bisogna tirare troppo la corda, che è poi ciò che è chiaro guardando Karate Kid: Legends. Tornando a quindici anni di distanza dal quinto capitolo, il film sembra cogliere da prima il bisogno di allontanare il racconto dal passato proprio per poter saper camminare nel presente con le proprie gambe. Con una storia che riesce anche a ribaltare i propri termini, con il giovane protagonista cinese Li Fong, interpretato da Ben Wang II, che da allievo diventa maestro per il boxer Victor dell’attore Joshua Jackson, continuando sulla scia della commistione delle arti del combattimento che avevano prima fuso il karate con il kung-fu e a cui Legends va ad aggiungere il pugilato. Ma è proprio quando al film si chiede di non allontanarsi dalla propria tradizione che ogni cosa va a pezzi.
Karate Kid: Legends, solo l’ennesimo sequel
La leggerezza di Karate Kid: Legends diventa presto la scusante per inserire a caso i suoi personaggi storici – sebbene Jackie Chan sia più iconico di per sé che per la saga – senza che ce ne sia un effettivo bisogno. Con la trama forzata per fare in modo che ci siano, con tanto di signor Han (Chan) che si reca da Russo per chiedergli una mano, pur non presentando un reale motivo per cui l’uomo dovrebbe accettare. “Lo farai”, afferma convinto il signor Han. E così avverrà, non riservando al pubblico – e probabilmente a Daniel LaRusso stesso – nessuna valida ragione per la sua scelta. Ed eccolo qui il “content”: una saga, depauperata della linfa vitale, in cui vengono inseriti personaggi principali che diventano presto secondari quando gli unici che contano davvero, poiché sono coloro che il pubblico conosce e vuole, tornano per rivestire i loro vecchi ruoli.
Un film dunque realizzato perché ancora non si vuole staccare la spina; un rimanere attaccati a fenomeni che hanno assicurato al tempo la fama sperando che ciò si ripeta. A volte, infatti, funziona: oltre al successo di Cobra Kai, The Karate Kid del 2010 portò anche a casa discrete recensioni e un incasso di 359 milioni in tutto il mondo a fronte di un budget di 40 milioni di dollari. Ma lì c’era almeno l’intenzione di ri-cominciare un universo, di radere al suolo per poi costruire qualcosa di, a suo modo, diverso. Karate Kid: Legends, invece, non è altro che la New York più prevedibile possibile, con dentro la storia di riscatto più superficiale possibile, con le risoluzioni nella narrazione di gran lunga meno, tra tutte, possibili. Una produzione che ha cercato di immettersi sulla scia di Cobra Kai – pur non inserendo davvero Cobra Kai – non avendo però il coraggio di fare qualcosa di altrettanto radicale come fu agli inizi per lo show, anzi, ristabilendo la più classica delle dinamiche e dividendo sostanzialmente i personaggi tra il solito bene e il solito male. Un prodotto altamente sconclusionato, e non come gli esercizi del maestro Miyagi che sembrano non portare a nulla quando, invece, sono essenziali. Solo l’ennesimo film per tirare una saga per le lunghe. Solo l’ennesimo “content”. Solo l’ennesimo sequel.

