Marianna Corona è scrittrice, formatrice nel campo della comunicazione online, istruttrice di yoga ed ex scalatrice. E certo, anche figlia di Mauro Corona, scrittore, alpinista e scultore, che le ha trasmesso l’amore incondizionato per la natura. E forse anche per un certo modo di ascoltarsi e raccontarsi.
Dopo l’esordio nel 2021 con il libro Fiorire tra le rocce, nel 2024 Marianna ha pubblicato il suo primo romanzo: Le Vèinte, le streghe del vento. Nel 2025 per Rizzoli Illustrati è uscito Rifugi per un tempo sospeso, un libro che che “invita a guardare la montagna non solo come un luogo fisico, ma come un rifugio dell’anima”.
E se le sue amate Dolomiti Friulane per lei sono il luogo in cui scoprire tutta la fatica e la gioia di raggiungere la meta, a sorpresa Marianna ammette di avere un debole per la tranquillità delle isole più selvagge e remote. L’importante è riuscire a superare il primo scoglio: partire.
Cosa ti viene in mente appena si parla di “viaggio”?
«Patema d’animo. Non amo andare via, ma adoro il ritorno. Sono una persona molto curiosa e riflessiva pertanto una volta raggiunta la meta mi piace scoprire il luogo senza mappe o troppi programmi. Ma il viaggio in sé, lo spostamento non lo sopporto. Preferirei il teletrasporto. Forse dovrei allenare un po’ di più la pazienza».
Come spieghi quella strana sensazione che mette insieme curiosità e fatica, voglia di uscire dalla zona di comfort e paura?
«Questo me l’ha insegnato la montagna. Ho scalato due vette delle Dolomiti Friulane: il monte Duranno e il Campanile di Val Montanaia. In queste due occasioni ho superato la paura dell’incognito e preso coscienza della felicità della meta (che non è la cima, ma è tornare a casa). La fatica e la gioia in questi frangenti si amalgamano e diventano esperienze di vita. Ti rafforzano se hai bisogno di forza. Ti rendono fragile se sei spocchioso. Ti riportano in equilibrio. E nel viaggio accade la stessa cosa».
Viaggiare per una persona stanziale è forse un’occasione per mettersi in gioco?
«È vero, non mi piace la confusione. Oggi il viaggio è diventato a volte sinonimo di nevrosi, traffico, fiato sul collo, performance. Dopo la pandemia ho ritrovato il piacere dello stare e del muovermi poco».
Rifugi per un tempo sospeso. Taccuino di vita e d’altura (Rizzoli Illustrati). L’ultimo libro di Marianna Corona
Quali sono i tuoi luoghi del cuore?
«Sono ovviamente quelli della mia infanzia e quelli che si trovano vicino alle montagne. La Valcellina, la Valtellina, le zone di Agordo e Zoldo, il Cadore, Arco, Belluno. Da piccola andavo spesso al mare a Caorle e quest’anno ci sono tornata dopo tantissimo tempo, è stato rigenerante. I luoghi dove gli elementi naturali sono ingombranti mi mettono pace. Ma ho un debole per le isole. Mi piacciono i sentieri a picco sul mare e la sensazione di tranquillità e di vita lenta che gli scrigni circondati dall’acqua sanno regalare».
Hai un luogo familiare, vicino casa, che ti fa stare bene?
«Avere la natura e la montagna a portata di mano è uno dei nuovi lussi. Credo che non potrei mai vivere in un luogo in cui non ci siano alberi a portata di mano. Ma per non perdere il legame con la natura, sentirla vicina e stare meglio, basta poco: un piccolo giardino, una pianta in casa, visitare un vivaio».
C’è un’impresa fisica in montagna di cui vai davvero orgogliosa?
«Sono fiera di aver scalato le due montagne di casa più conosciute, quelle che da piccola sentivo spesso nominare attraverso i racconti delle avventure alpinistiche che le riguardavano. Il Campanile di Val Montanaia e il Duranno sono stati per me delle vere e proprie imprese, il mio Everest e il mio K2».
C’è un luogo in Italia o in Europa che ti ha conquistato?
«Dell’Italia ho un bellissimo ricordo della Sardegna, terra solitaria, magica e vera. Anche dell’Isola d’Elba, che ho esplorato in auto e dove ho trovato una natura rigogliosa e inaspettata. In Europa mi ha colpito il Parco nazionale di Peneda-Gerês vicino a Porto in Portogallo,dove le persone vivono ancora in simbiosi con la natura e la vegetazione è avvolgente».
Come hai affrontato i tuoi viaggi più lontani?
«Sono stata a Kauai. È l’isola delle Hawaii geologicamente più antica. Chiamata anche Isola Giardino. Molto misteriosa, rimasta profondamente ancestrale anche se, in superficie, sfruttata dal business cinematografico mondiale. Lì ho scoperto di amare il clima caldo umido. Come ho affrontato il viaggio? Progettando tutto all’ultimo momento (cosa che odio), non avevo nemmeno il passaporto pronto, ma almeno non ho avuto il tempo di pensare a scenari catastrofici prima della partenza».
Marianna Corona tra le sue montagne
Anche i libri sono un viaggio…
«La scrittura è stata uno di quei viaggi a cui mi sono affacciata in modo guardingo e in punta di piedi. Come la montagna: bellissima ma piena di insidie. Nonostante fin da piccolina mi divertissi a scrivere storie, crescendo quel sogno era sfumato e l’avevo relegato ai ritagli di tempo. Inoltre con un padre scrittore pubblicare un libro mio mi sembrava un azzardo scivoloso. Però dopo la malattia oncologica, che ho dovuto affrontare nel 2017, qualcosa in me è cambiato. Sono diventata molto ghiotta di tutti i nutrimenti che mi fanno stare bene. E quando è arrivata la proposta di scrivere il mio primo libro (Fiorire tra le rocce) ho detto subito di sì, poi sono iniziate le titubanze. È stato un viaggio incredibilmente introspettivo, spaventoso ed entusiasmante allo stesso tempo. Uno di quegli appigli solidi che non credi mai di poter trovare su una parete difficile di grado 8A».
Da esperta di social media, come vedi i viaggi su Instagram?
«Mi viene in mente un racconto che ho scritto nel nuovo libro Rifugi per un tempo sospeso in cui un po’ ingenuamente invito le persone a lasciare perdere l’aspirazione di diventare turisti per diventare invece esploratori. Si crede che la vita vera sia quella straordinaria fatta di cose eccezionali quando invece la maggior parte della nostra esistenza si snoda in una bellissima semplicità unica e monotona, perciò incredibile e da riscoprire. Invece l’illusione, la proiezione ansiogena e l’aspettativa ci rendono la vita un incubo. Ho visto aiuole di fiori finti preparate in montagna per diventare post di Instagram. Orrore puro. I social ci fanno credere che la vita a cui aspirare sia quella dell’eccezione invece il segreto della felicità (che per me è la tranquillità) si cela nel quotidiano, nascosto tra abitudini minuscole e ripetitive che sollevano l’animo e lo rendono creativo».
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