Arrivano a raffica ma non superano, se non di poco, lo schermo di un cellulare. Sono i messaggi delle chat che si scambiano immagini dei giganteschi ingorghi di auto che soffocano le città palestinesi. A provocarli, delle transenne di ferro che da qualche settimana sono spuntate attorno ai centri abitati della Cisgiordania per isolarli e favorire l’avanzamento dei coloni israeliani.
Un arcobaleno di divieti
Ogni transenna ha un colore diverso in base alla rigidità degli orari di apertura e delle condizioni di passaggio imposte ai palestinesi. «Circonderanno via via tutte le città e i villaggi della Cisgiordania», teme Ibrahim mentre mi racconta la sua quotidianità, scandita dai ritmi delle inferriate. «La nostra vita, già provata da quasi due anni di isolamento e attacchi, sarà ancora più difficile: le transenne metalliche, aperte a singhiozzo, possono essere chiuse senza preavviso. Non sappiamo come e se possiamo muoverci». E aggiunge che tra i residenti si parla sempre più spesso del progetto del governo israeliano di dividere la zona di Betlemme in tre parti e di sottoporla ad amministrazione israeliana. Così, secondo Ibrahim, i residenti della Cisgiordania avranno bisogno di permessi anche per spostarsi all’interno del territorio che dal 1993 è stato assegnato dalle Nazioni Unite all’Autorità Palestinese. «Una vera e propria limitazione alla libertà personale», aggiunge, precisando che «questo sistema razzista avrà effetti drammatici anche dal punto di vista economico perché chiudere la zona significa impedire alla gente di andare a lavorare».
Betlemme – protesteAnadolu/Getty Images
Le capre diventano strumento di controllo
Un servizio trasmesso dal canale francese TF1 alla vigilia del riconoscimento dello Stato di Palestina da parte della Francia racconta di un contadino a cui i coloni hanno sottratto circa 150 capre, togliendogli l’unica fonte di sostentamento. Un’altra delle nuove forme di aggressione messe in atto da parte di alcuni abitanti delle cosiddette «colonie» (insediamenti costruiti illegalmente a partire dal 1967, in cui vivono circa 700.000 persone secondo un rapporto del 2024 pubblicato dall’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i Diritti Umani). A opporsi a questa avanzata alcuni attivisti e qualche associazione pacifista israeliane come B’tselem, che sul suo sito documenta zona per zona il numero di famiglie palestinesi espulse dal proprio domicilio. «Pochi e rischiosi», così i giornalisti francesi descrivono gli interventi degli attivisti, invocando la necessità che si tenga alta l’attenzione su quella che appare delinearsi come una strategia di annessione di fatto e che renderà quasi impossibile la reale costituzione di uno Stato palestinese sovrano.
Colonizzazione e occupazione
Nel villaggio di Al-Eizariya, oggetto del cosiddetto piano E1 che prevede l’ampliamento della colonia di Ma’aleh Adumim tagliando di fatto in due il territorio della Cisgiordania, gli ordini di espulsione sono stati 112, secondo il Comitato di resistenza alla colonizzazione e il sindaco Khalil Abu al Reed. Altrove, la situazione non è molto diversa. «Siamo partiti senza poter portare niente. La nostra casa è stata distrutta», scrive Mediapart riportando l’intervista a Khadija Odeh, 14 anni, che dal mese di gennaio 2025 ha dovuto lasciare il campo profughi di Tulkarem, Cisgiordania, e da allora vive in una moschea con la famiglia. La stessa distruzione è toccata al villaggio di Masafer Yatta, nella zona meridionale della Cisgiordania: le foto pubblicate da Mediapart documentano che il 6 settembre le forze israeliane lo avevano raso al suolo.
«Circa il 60% della terra della Cisgiordania è stata confiscata», aggiunge Ibrahim citando un amico che lavora in un’organizzazione incaricata di monitorare la situazione sul terreno. E accanto alle zone che si svuotano, altre soffocano. «Il sovraffollamento delle città diventa insostenibile: attorno a Betlemme sono stati costruiti 23 insediamenti. Tra questi e le transenne, viviamo gli uni sugli altri, fra ingorghi e in uno spazio sempre più ridotto». L’impatto di queste azioni su chi vive in città è drammatico ed è accompagnato dalla costante sensazione di sentirsi «ostaggi in casa propria, soggetti alle improvvise incursioni dell’esercito o dei coloni», aggiungono le testimonianze del reportage francese.
L’esodo forzato
I coloni israeliani hanno messo a punto una nuova strategia: posizionare dei containers a ridosso dei villaggi e delle tende dei beduini. «Il loro obiettivo è rendere la vita dei palestinesi insostenibile e di spingerli ad andarsene», afferma uno degli attivisti intervistati dalla troupe di TF1.
Anche Ibrahim e i suoi concittadini temono l’emigrazione forzata: «Questa politica porterà molte persone ad abbandonare il territorio per poter sopravvivere». Ma persino la decisione di lasciare definitivamente la propria casa potrebbe diventare impossibile se, come avvenuto il 24 settembre, Israele decidesse di chiudere l’unico valico di frontiera fra la Cisgiordania e la Giordania, impedendo a oltre due milioni di palestinesi «l’accesso al resto del mondo», come afferma la BBC.
Qadri Daraghmeh si rifiuta di partire. «Siamo attaccati tutti i giorni dai coloni. Ma non me ne andrò. Sono nato qui e non saprei dove andare». Gli altri sfollati si ammassano in tende di fortuna. Poche alternative e una sola evidenza: la Cisgiordania è oggetto di una annessione di fatto, condotta attraverso lo l’occupazione di terre e la frammentazione di un territorio che sarà sempre più difficile ricucire e trasformare in uno Stato. Nonostante ciò, ogni famiglia conserva gelosamente i vecchi titoli di proprietà di chi è stato forzato ad abbandonare la propria casa nel 1948: spesso consumati dal tempo, vengono trasmessi di padre in figlio nella speranza che un giorno possano tornare sulla loro terra.

