Finalmente una Cina urbana, borghese con i suoi grattacieli e con il suo benessere. Niente desolati spazi rurali o industrie approssimative nel nulla della provincia. Lin Jianjie, debuttante nel lungometraggio, firma con ‘Breve storia di una famiglia’ un thriller esistenziale pieno di spazi vuoti da riempire dove si vede quella Cina dentro il futuro che fa paura a Donald Trump. Già al Sundance 2024 e al 74/o Festival Internazionale del Cinema di Berlino, il film, che arriva in sala dal 31 luglio con Movies Inspired, sembra girato in un acquario domotico, ovvero la casa di un biologo di successo (Zu Feng) che ascolta Bach nella sua stanza ed è sposato con un’ex hostess (Guo Keyu). Quando Wei (Lin Muran), il figlio sedicenne, stringe amicizia con il solitario Shuo (Sun Xilun), invitandolo a tornare a casa, lentamente i suoi genitori si affezionano al vulnerabile adolescente orfano di madre e con un padre alcolizzato e violento.
Una lenta fascinazione, quella di questo ragazzo povero, ma pieno di talento, che ricorda film come Parasite e Mr Ripley, quando un estraneo irrompe nella vita di un gruppo destabilizzandolo. Insomma chi è davvero Shuo? Ed è tutto vero poi quello che racconta questo ragazzo perfetto per ogni genitore? “Tutto nasce da una sensazione che volevo catturare – dice il regista al suo primo lungometraggio – ovvero che la vita familiare è un mistero. Anche da noi in Cina abbiamo il detto: ‘Casa dolce casa’. C’è insomma questa facciata felice in cui tutte le persone devono amarsi e rispettarsi a vicenda, ma per me c’è sempre stato il dubbio: ‘E i singoli membri di queste famiglie? Di cosa hanno bisogno? Cosa hanno in mente?'”.
E ancora, parlando di questo film che ha vinto il Black Panther Award 2024 al Noir in Festival, dice Lin Jianjie: “Non ho mai avuto intenzione di fare un film semplice, facile da interpretare, mi piaceva invece l’idea di creare un’aspettativa e poi decidere cosa farne. Questo mi ha dato la libertà di creare un mondo un po’ diverso, singolare dando al pubblico la piena libertà di riempire gli spazi vuoti. Ora un certo tipo di pubblico sarà ovviamente attratto da questo tipo di cinema in cui è necessario stabilire un dialogo con il film – conclude il regista -. Per questo tipo di pubblico ‘Breve storia di una famiglia’ offrirà molto di più, perché scoprirne il significato diventa parte integrante dell’esperienza visiva. In realtà, non dire molto significa essenzialmente che in tutto ciò che non viene detto, si dice molto”.
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