Il New York Times del primo giugno ha dedicato a Bari un paginone – con la foto del lungomare – raccontando come la città si sia rapidamente modificata anche per la domanda turistica. La notazione non può che far piacere ma in verità Bari è una città che sin dalla sua nascita si è sempre e continuamente trasformata. Se una colpa ha è quella di avere spesso messo tra parentesi il proprio passato.
Nel 1813 Gioacchina Murat sovrano napoleonico di Napoli fonda la nuova Bari disegnandone una pianta ippodamea assolutamente regolare e priva di gerarchie viarie. E’ una griglia che rende tutto possibile ed è fatta apposta per inventare il futuro. Va anche ricordato che la stessa pianta ippodamea è adottata per Manhattan due anni prima che a Bari. “Ne faremo una grande e bella città”, la promessa, attribuita al sovrano è al futuro. La frase, anche se è stata inventata circa mezzo secolo dopo dallo storico Petroni, esprime il diffuso sentimento di una città nuova che guarda al futuro.
La nuova Bari cresce velocemente rinchiudendo il passato nella città vecchia che viene a lungo dimenticata. Una forte accelerazione dello sforzo collettivo – guidato dai mercanti – di trasformare e far crescere Bari avviene intorno al 1860 quando con l’Unità Napoli perde il suo ruolo di capitale. Comincia per Bari la rincorsa per raggiungere Napoli ed acquisire lo status se non di capitale quantomeno di seconda capitale del mezzogiorno. Sono gli anni in cui viene creata la stazione ferroviaria la cui presenza stravolge l’uguaglianza delle strade della griglia di fondazione. Via Sparano da via senza particolare ruolo e identità diventa, in quanto strada della stazione, il grande asse del commercio barese. Grazie anche alla ricchezza ed alla varietà dei suoi negozi Bari diventa polo di attrazione di tutta la regione e del materano.
Quelli della seconda metà dell’ottocento e dell’inizio del novecento sono gli anni in cui la città si trasforma economicamente e fisicamente. Parigi e la Francia della Belle Époque sono i nuovi modelli sia per l’architettura che per la vita quotidiana della crescente borghesia. Il Margherita è visibilmente ispirato all’Opera di Montecarlo di Garnier mentre il centro della città si popola di caffè che riecheggiano Parigi a partire dal grembiulone nero dei camerieri. Significativo è il Palazzo Fizzarotti del 1910 in cui confluiscono una pluralità di stili dal veneziano, al neoclassico e al liberty. E’ un monumento che parla di una città che non avendo una storia ha fatto la sintesi di tutte quelle possibili.La grande trasformazione di Bari avviene nel ventennio fascista quando il regime ha bisogno di una città che oltre Roma lo rappresenti e lo esalti. Sceglie Bari non potendo agire su Napoli che ha uno spessore storico che non può essere cancellato.
Per questo il fascismo agisce in maniera massiccia sull’edilizia barese a cui viene affidato il compito di rappresentare lo Stato: dal trionfale lungomare agli ospedali ed alla edilizia popolare.Gli anni ’50 sono quelli della ricostruzione non tanto fisica quanto sociale, culturale e politica della città. La grande trasformazione di Bari avviene negli anni ’60 quando i palazzotti ottocenteschi, dotati di un giardino interno l’orto murattiano, vengono abbattuti e sostituiti da anonimi palazzoni che possono finalmente ospitare i negozi. Pochi protestano perché il boom economico è alle porte e si respira l’aria di un grande sviluppo fatto di fabbriche e investimenti pubblici. Poi, a trasformare ancora una volta la città ci penseranno i turisti che non più spaventati dalla criminalità della Bari scippolandia accorrono sempre più numerosi.

