{"id":23928,"date":"2025-08-07T20:22:20","date_gmt":"2025-08-07T18:22:20","guid":{"rendered":"https:\/\/polinex.cluster021.hosting.ovh.net\/index.php\/2025\/08\/07\/addio-a-gianni-berengo-gardin-il-fotografo-che-ha-raccontato-litalia-in-bianco-e-nero\/"},"modified":"2025-08-07T20:22:20","modified_gmt":"2025-08-07T18:22:20","slug":"addio-a-gianni-berengo-gardin-il-fotografo-che-ha-raccontato-litalia-in-bianco-e-nero","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/polinex.cluster021.hosting.ovh.net\/index.php\/2025\/08\/07\/addio-a-gianni-berengo-gardin-il-fotografo-che-ha-raccontato-litalia-in-bianco-e-nero\/","title":{"rendered":"Addio a Gianni Berengo Gardin, il fotografo che ha raccontato l\u2019Italia in bianco e nero"},"content":{"rendered":"<p>\n<\/p>\n<p class=\"has-dropcap\">Gianni Berengo Gardin \u00e8 morto ieri sera: la notizia \u00e8 stata confermata dalla figlia al <em>Corriere della Sera<\/em>. Aveva 94 anni. Fotografo tra i pi\u00f9 importanti del Novecento italiano, ha attraversato <strong>oltre settant\u2019anni di storia<\/strong> con uno sguardo sempre rivolto alla realt\u00e0 e alla gente.<\/p>\n<p>Nato a Santa Margherita Ligure il 10 ottobre 1930, da una famiglia veneziana, Berengo Gardin amava precisare che <strong>la sua vera citt\u00e0 era Venezia<\/strong>: \u00abSono nato in Liguria solo perch\u00e9 mia madre dirigeva l\u2019Hotel Imperiale di Santa Margherita\u00bb, raccontava.<\/p>\n<p>Fu a Venezia che si form\u00f2 e visse l\u2019infanzia, prima di trasferirsi a Milano, dove inizi\u00f2 la carriera fotografica dedicandosi fin da subito al reportage e all\u2019indagine sociale. \u00abNon ci tengo a passare per artista, <strong>l\u2019impegno stesso del fotografo non dovrebbe essere artistico, ma civile<\/strong>\u00bb.<\/p>\n<h2>Una fotografia civile, sempre in bianco e nero<\/h2>\n<p>Gianni Berengo Gardin <strong>ha lavorato sempre in bianco e nero<\/strong>. Il colore non gli interessava, quasi lo disturbava. Con la sua inseparabile Leica, ha continuato a scattare fino all\u2019ultimo, pur ammettendo con ironia: \u00abLa porto con me perch\u00e9 se non ce l\u2019avessi mi direi continuamente \u201cquesta sarebbe stata una bella foto\u201d; <strong>portarla con me, oltre che a farmi da contrappeso per la spalla, mi aiuta a essere pi\u00f9 critico<\/strong>. Alla fine per\u00f2 di fotografie non ne scatto mai\u00bb.<\/p>\n<p><strong>La pellicola era per lui una scelta di coerenza: \u00ab\u00c8 pi\u00f9 morbida, pi\u00f9 plastica<\/strong>, mentre il digitale \u00e8 sempre pi\u00f9 freddo, metallico, netto\u00bb. E su Photoshop, la posizione era netta: \u00abSono contrarissimo. \u00c8 inammissibile che uno ritocchi le foto, aggiungendo un palo, togliendo un\u2019automobile. Io pretendo sempre di vedere quello che realmente il fotografo ha visto\u00bb. Per questo, negli ultimi dieci anni, <strong>faceva apporre sulle sue foto un timbro: \u00abVera fotografia<\/strong>, non modificata n\u00e9 inventata con il Photoshop\u00bb.<\/p>\n<h2>Il colpo di fulmine con la fotografia sociale<\/h2>\n<p>La sua vocazione nacque da ragazzo. Aveva 24 anni e uno zio in America, che gli fece arrivare una selezione di libri consigliati da Cornell Capa, fratello di Robert. Erano volumi con le immagini di <em>Life<\/em>, della <em>Farm Security Administration,<\/em> di Dorothea Lange, di Eugene Smith. Quell\u2019invio cambi\u00f2 tutto: \u00abMi sono detto: io <strong>faccio foto cretine. Con la fotografia si pu\u00f2 davvero fare un lavoro serio<\/strong>, di denuncia, di racconto\u00bb.<\/p>\n<p>E cos\u00ec fece. Dopo le prime pubblicazioni su <em>Il Mondo<\/em> di Mario Pannunzio nel 1954, la svolta arriv\u00f2 nel 1963 con un premio al <em>World Press Photo<\/em>. <strong>Nel 1965 si stabil\u00ec definitivamente a Milano, lavorando con le principali testate italiane ed estere<\/strong>, con il Touring Club Italiano, l\u2019Istituto Geografico De Agostini e pubblicando oltre 200 libri fotografici.<\/p>\n<h2>\u00abMorire di classe\u00bb: il reportage che cambi\u00f2 la percezione dei manicomi<\/h2>\n<p>Nel 1969, <strong>insieme a Carla Cerati, realizz\u00f2 <em>Morire di classe<\/em>, un\u2019inchiesta visiva sui manicomi italiani voluta da Franco Basaglia.<\/strong> Le immagini scosse l\u2019opinione pubblica e contribuirono a gettare luce su una realt\u00e0 allora nascosta. Anni dopo, Berengo Gardin ricordava la violenza psicologica di quelle visite: \u00abA Firenze ci fecero passare per parenti. Alla sera eravamo cos\u00ec frastornati che salimmo sul primo treno\u2026 ma ci accorgemmo troppo tardi che stavamo andando a Roma, non a Milano\u00bb. Il libro, ancora oggi, viene utilizzato nelle facolt\u00e0 di psichiatria.<\/p>\n<h2>Olivetti, il paesaggio industriale e l\u2019impegno costante<\/h2>\n<p>La sua macchina fotografica <strong>ha attraversato la trasformazione dell\u2019Italia: cantieri, fabbriche, paesaggi urbani e rurali<\/strong>. Memorabile la sua collaborazione con Olivetti, celebrata anche da una mostra recente a Torino, curata da Margherita Naim e Giangavino Pazzola. Berengo Gardin ha esposto in oltre 200 mostre personali in Italia e all\u2019estero. \u00c8 stato premiato con il Leica Oskar Barnack Award (1995), il Premio Brassai (1990), e inserito nel 1972 tra i <em>32 World\u2019s Top Photographers<\/em> da Modern Photography. Cecil Beaton lo cit\u00f2 nel su<em>o The Magic Image<\/em>, mentre E.H. Gombrich lo scelse come unico fotografo da citare nel libro <em>The Image and the Eye.<\/em><\/p>\n<p>Negli anni Settanta <strong>conobbe Henri Cartier-Bresson grazie alla galleria <em>Il Diaframma<\/em> di Lanfranco Colombo<\/strong>. Uno degli ultimi incontri tra i due risale al 1995 ad Arles. \u00abHenri mi port\u00f2 in libreria per comprarmi il suo Carnet Mexicains, poi si sedette con me a un tavolino e mi scrisse una dedica: \u201cA Berengo, con l\u2019amicizia e l\u2019ammirazione di Henri\u201d. \u00c8 stato come ricevere una medaglia d\u2019oro\u00bb.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Gianni Berengo Gardin \u00e8 morto ieri sera: la notizia \u00e8 stata confermata dalla figlia al Corriere della Sera. Aveva 94 anni. Fotografo tra i pi\u00f9 importanti del Novecento italiano, ha attraversato oltre settant\u2019anni di storia con uno sguardo sempre rivolto alla realt\u00e0 e alla gente. 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