“Mi volevo prendere un momento per ringraziare ognuno di voi che mi ha mandato un messaggio: è stato un momento di unione. Perché aprire Instagram e vedere tanti commenti difficili da leggere, e poi trovare voi che ci siete e mi avete capita, fa bene”. Valeria Angione commenta così con una story su Instagram quello che è successo tra l’influencer e attrice (ma anche autrice di libri) e il governatore della Campania Vincenzo De Luca. Il quale, durante gli Stati generali dell’Ambiente alla Mostra D’Oltremare a Napoli, riferendosi al femminicidio di Martina Carbonaro, uccisa a 14 anni da un diciannovenne con il quale era stata insieme due anni, aveva detto: «È normale che una ragazza di 12 anni, che è una bambina, si fidanzi senza che nessuno dica niente?», lei aveva risposto: «Il problema è il ragazzo che l’ha ammazzata, perché è maschio».
Tantissime le critiche che sono piovute addosso alla giovane, che non è certo nota per essere una femminista. «Abbiamo un grosso problema tutti noi, nessuno escluso, a portata degli occhi di tutti. Oggi è Martina, ieri Giulia, Ilaria, Sara, ma potrei continuare ad elencare le centinaia di donne uccise da uomini, perché avevano deciso di interrompere una relazione tossica o, semplicemente, perché desideravano un’altra vita senza di loro». Poi continua: «Quello che ho detto sul palco voleva sottolineare la responsabilità del ragazzo ma soprattutto di quell’azione cruda e crudele, dove non ci possono essere o trovare attenuanti».
E spiega meglio l’uso della parola “maschio”, che le ha attirato gli strali di tantissime persone: “Sulla parola maschio si sono concentrati alcuni commenti. il mio riferimento al maschio, ovviamente, non era e non è contro il genere maschile (non ho alcun motivo di voler creare altro odio… perché dovrei?)”
E continua: “Non possiamo nascondere che il maschio che uccide una donna fa parte di quella categoria maschilista, misogina, patriarcale, che giustifica, tollera, consente il dominio, il possesso, la proprietà del maschio sulla donna al punto da considerare tutto questo “normale”». «Non tutti gli uomini», chiarisce ancora a scanso di equivoci, «ma è sempre un uomo».
Ma poi, si chiede Angione, il problema “che origine ha? A chi appartiene? Sociale, culturale, mancanza di educazione, mancanza di sostegno dalle istituzioni? mancanza di punti di riferimento in famiglia? a scuola?”. E poi si domanda: “Abbiamo già iniziato a fare qualcosa? Sicuramente ci vogliono leggi che guardino al futuro e una politica che si senta coinvolta in quello che è questo tragfico conteggio di morti che viene celebrato il 25 novembre”.
Valeria Angione ha iniziato dieci anni fa a pubblicare contenuti online, dapprima su Facebook, il 15 febbraio 2015, poi anche su altre piattaforme come Instagram e Tik Tok, postando contenuti sulla sua vita di universitaria. Il salto è avvenuto durante il lockdown e oggi con i suoi monologhi riempie i teatri, sentendo, proprio per questo, una grande responsabilità. Ci vogliono “educazione, dialogo, confronto”, conclude. “Sempre, anche su palchi importanti come quello di ieri (degli Stati Generali, ndr). Non si può sostituire la vita. Non può essere colpa mia, nostra. Una, nessuna, centomila”.

