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    Home»Guide»Federico Rampini: “Il Giappone nuova Inghilterra dei Beatles”
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    Federico Rampini: “Il Giappone nuova Inghilterra dei Beatles”

    admin5698By admin569819 Novembre 2025Nessun commento10 Minuti di lettura
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    Federico Rampini: "Il Giappone nuova Inghilterra dei Beatles"
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    Per il giornalista ed editorialista del Corriere della Sera, il viaggio è questione di DNA. Nelle sue vene scorre sangue di marinai. L’infanzia lo ha proiettato nel sogno nascente dell’Europa e la vita adulta lo ha visto in prima fila a intercettare la rivoluzione tecnologica a stelle e strisce.

    Federico Rampini è stato vicedirettore del Sole 24 Ore e corrispondente di la Repubblica da Parigi, Bruxelles, San Francisco, Pechino e New York. Ha pubblicato i bestseller Il secolo cinese, L’impero di Cindia e, tra i più recenti, Fermare Pechino, Suicidio occidentale, La speranza africana e Grazie, Occidente!. Il 6 ottobre è uscito il suo nuovo saggio Le lezioni del Giappone. Il Paese che anticipa le sfide dell’Occidente, edito da Mondadori, dedicato al fenomeno del nuovo japonisme, la passione collettiva degli italiani per il Sol Levante.

    Da “giovane comunista innamorato del sogno americano” a testimone della rivoluzione della Silicon Valley, fino al risveglio economico della Cina. Questa volta a parlare non è il politologo o l’analista economico, ma quel viaggiatore che, per passione e professione, ha vissuto in molti luoghi del mondo, trascorrendo un terzo della propria vita in aereo o in aeroporto.

    Partiamo dalle origini. Se le dico Camogli, a cosa pensa?
    «Ai nonni. Camogli è la terra degli antenati materni, gente di mare. Quel ramo della mia famiglia si imbarcava su navi che partivano per il Sud America, per l’Asia, quindi era tutto scritto nel destino».

    Che ruolo ha avuto, anche per il suo futuro, crescere a Bruxelles in un momento in cui la Comunità Europea stava nascendo?
    «Stiamo parlando proprio delle origini. Io sono nato nel ’56, nel ’57 viene firmato il Trattato di Roma, che crea la prima Comunità Europea, e nel ’58 mio padre diventa funzionario».

    Insomma, è stato veramente un pioniere dell’UE.
    «Pionieri, sì, erano i pionieri, c’era un certo Altiero Spinelli, quella gente lì. Ha voluto dire per me, tra l’altro, crescere all’estero, ma in particolare in una scuola europea, perché insieme con la nascita della Comunità Europea crearono le scuole per i figli dei funzionari, quindi avevo dei compagni di banco che erano tedeschi, francesi, olandesi e  belgi. I manuali di storia e di geografia erano generalmente scritti in francese ed erano un po’ diversi da quelli su cui si studiava in Italia. Studiare la storia e la geografia con dei manuali concepiti all’estero significa sviluppare uno sguardo un po’ particolare sul mondo».

    Quando sceglie di vivere e lavorare negli Stati Uniti?
    «Intanto, l’America ho iniziato ad attraversarla ed esplorarla che avevo da poco compiuto i vent’anni, tra l’altro in un momento un po’ particolare perché ero andato a vivere per la prima volta in Italia per studiare alla Bocconi. Erano gli anni di piombo, gli anni del terrorismo, io mi ero iscritto al Partito Comunista Italiano, negli anni di Enrico Berlinguer, e feci il viaggio in America mentendo. Ancora non esisteva l’ESTA, bisognava fare la richiesta di visto anche solo per il turismo, e c’era una domanda esplicita nella pratica del visto. La domanda era: «sei iscritto al Partito Comunista?». Ti potevano negare il visto per questa ragione e io mentii spudoratamente, cosa che ho dovuto espiare nei capitoli successivi della mia vita americana quando ho avuto la Green Card e poi sono diventato cittadino: ho sempre dovuto confessare quella bugia per dovere di trasparenza».

    L’ultimo libro di Federico Rampini (Mondadori)

    Un giovane comunista col sogno americano.
    «Proprio così. Ho fatto la classica traversata coast to coast che avevo poco più di vent’anni. Già allora, ovviamente, le due città che amavo di più erano New York e San Francisco, e a San Francisco ci sono andato a vivere al passaggio del millennio, tra il 1999 e il 2000. Ho convinto il mio giornale di allora, che era la Repubblica, ad aprire l’unico ufficio di corrispondenza sulla West Coast – nessun giornale italiano l’ha mai avuto né prima né dopo – perché stava succedendo la prima rivoluzione di Internet, avevo capito che c’era qualcosa da raccontare e quindi sono andato a stabilirmi là con la famiglia, con mia moglie e due figli che erano nella prima adolescenza. Il primo amore è San Francisco e rimane un grande amore, poi mia figlia è diventata proprio californiana a tutti gli effetti, vive a Santa Cruz. Ho visto la California anche precipitare negli abissi del malgoverno, ma nonostante questo ho continuato ad amarla».

    E New York?
    «Metto radici a New York nel 2009, dopo cinque anni in Cina, all’inizio della presidenza Obama. Lì divento capo dell’ufficio di corrispondenza americano de la Repubblica e comincio a fare anche il corrispondente alla Casa Bianca, quindi accreditato a Washington. Da allora, New York è la mia casa definitiva, credo ormai di aver messo delle radici abbastanza profonde in questa città che amo e detesto al tempo stesso, mal governata, piena di problemi, ma non credo che riuscirei a lavorare altrove, per il tipo di informazione globale e di analisi geopolitiche che sono la mia specialità. La ricchezza di contatti e di risorse umane che ho a New York non la riesco a vedere altrove nel mondo».

    E ora che New York ha per la prima volta un sindaco di origine indiana nato in Uganda e di religione musulmana, cosa cambierà?
    «Direi che la vittoria di Mamdami dimostra che la democrazia è viva e vegeta nel Paese che la custodisce da 250 anni. E direi che è una vittoria della concretezza: le campagne elettorali, qui come in New Jersey e Virginia, sono state fatte sul “salviamo il potere d’acquisto e la possibilità di trovare casa”. Per il resto, questa città continua a essere invasa dai visitatori di tutto il mondo, come sempre, italiani compresi».

    A proposito degli anni in Cina: ha più volte affermato che alla vitalità economica e tecnologica non corrisponde sempre una vitalità culturale. È così?
    «La fortuna è stata, anche quella per mia volontà, di andare ad aprire l’ufficio di corrispondenza cinese de la Repubblica. Devo anche ricordare che ebbe un ruolo molto speciale l’editore di allora, Carlo De Benedetti, che credeva in quel tipo di informazione globale. Ebbi la fortuna di farlo negli anni del massimo boom, in una Cina diversa da quella di oggi, che cresceva economicamente, tecnologicamente, a dei ritmi prodigiosi – che sono un ricordo del passato – e al tempo stesso però aveva ancora una sorta di ammirazione per l’Occidente che poi ha completamente abbandonato. La Cina è diventata un Paese certamente ancora più avanzato, ma molto più nazionalista. Io ho avuto la fortuna di viverci in un periodo in cui era più amichevole, pur con tutti i problemi di un regime autoritario (sono stato anche arrestato un paio di volte). Diciamo che il mio lavoro è stato interessantissimo, ma non avevo la possibilità di attingere a una vita culturale paragonabile a quella di New York per tante ragioni, anche perché per partecipare alla vita culturale cinese bisognerebbe avere la padronanza della lingua in un modo che io, pur avendo studiato il mandarino, non sono mai arrivato a praticare in modo adeguato. Pechino, però, non ha la vita culturale di Tokyo che, essendo in una grande democrazia, è una città molto interessante culturalmente, molto creativa».

     

    Lei afferma che il mondo sta riscoprendo il Giappone. Da cosa nasce l’idea di questo libro?
    «Frequento il Giappone da quarant’anni, quando abitavo in Cina ci andavo anche a ritmi molto frequenti, ma anche in seguito, dall’America. Il mio ultimo viaggio è recentissimo. Quindi, avendo accumulato anni di analisi, studi, ricordi, viaggi, incontri e personaggi, ho voluto finalmente depositarli in un libro, perché ho notato quanto gli italiani in questo momento siano attratti dal Giappone. Però c’è un paradosso: il Giappone conosce un boom di turismo e al tempo stesso è invisibile sulle pagine dei nostri giornali. Sono questi due estremi che colpiscono: è un Paese invaso di turisti, ma dal punto di vista della sua rilevanza geopolitica sembra scomparso. In quella parte del mondo, almeno dal punto di vista mediatico, sembra che esista solo la Cina».

    Come si può spiegare questo fenomeno?
    «In questo momento, il vero fascino del Giappone non è tanto economico, è culturale, è un soft power, è l’esportazione di modelli, icone, che vanno dalla spiritualità antichissima fino ai manga, agli anime, ai videogame, è un Giappone che a me ricorda quello che per la mia adolescenza era stata l’Inghilterra dei Beatles, che era un Paese per certi versi scassatissimo, aveva perso un impero, era in piena decadenza, eppure dominava il mondo, l’immaginario collettivo di una generazione. Il Giappone ha delle analogie molto interessanti con l’Inghilterra di allora».

    Ma esiste davvero l’overtourism in Giappone?
    «Sì. E loro non erano preparati. Venezia, Firenze, Roma, ormai con tanti mugugni e tanti problemi, da qualche decennio sono abituate all’invasione. In Giappone è avvenuto tutto di colpo e per i giapponesi è ancora più problematico, perché siccome loro rappresentano la civiltà delle buone maniere, tutti gli altri sono dei gran maleducati. Tutti vogliono andare in Giappone, ma nessuno ha il livello di cortesia, di rispetto delle buone maniere dei giapponesi, quindi c’è uno choc culturale notevole. Nessun giapponese si sognerebbe di usare il telefonino in treno o nella metropolitana, gli unici che lo fanno siamo noi».

    Forse abbiamo una visione un po’ romantica  del Giappone?
    «Va detto che certi nostri equivoci sul Giappone, come l’idea di un Paese dove ci si ammazza di lavoro in modo disumano, sono largamente superati. Però al nostro attaccamento a certi stereotipi contribuisce la stessa produzione culturale del Giappone. Per esempio, la Yakuza è una mafia tra le più famose del mondo e quindi ci immaginiamo un paese che dovrebbe esserne terrorizzato. In realtà, qui ci sono i tassi di omicidio più bassi del pianeta. Allora come si spiega che la Yakuza sia così famosa? Perché ha investito nella produzione culturale su se stessa, al punto che ci sono mafiosi che scrivono romanzi sulla mafia».

    E cosa pensa del fenomeno “Johatsu”, la cosiddetta evaporazione sociale?
    «È molto raccontato in Giappone: si tratta di persone che fanno perdere le proprie tracce ai familiari e ai colleghi di lavoro a causa della vergogna sociale o economica. Non c’è dubbio che una società come quella giapponese – di cui io sono un sincero ammiratore per il culto delle buone maniere, la cortesia e il rispetto delle regole – possa esercitare anche una forma di oppressione, perché ci si sente molto giudicati e la riprovazione sociale può essere terrificante. Da qui, il fenomeno di chi non ce la fa più a stare nel sistema, che scappa e scompare. In realtà poi le statistiche dicono che i numeri non sono così importanti, eppure è un fenomeno molto narrato. Trovo questo interessante, perché il Giappone per certi aspetti è la patria della massima riservatezza, però poi racconta tantissimo al mondo i propri problemi».

    Nella sua vita ha praticato il viaggio come abitudine e non come occasione speciale. Le dispiace?
    «Sono un viaggiatore di mestiere, è vero. Ma la mia non è una condizione così eccezionale, nel senso che la condivido con il personale navigante di bordo, li considero praticamente dei colleghi. Voglio però sfatare un mito, almeno per quanto mi riguarda. Sarà banale, ma è una questione biologica, un piccolo prezzo da pagare al privilegio di questa vita: al jet lag non ci si abitua mai».

    DAL GIAPPONE A NEW YORK: 4 IDEE PER PARTIRE

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