(di Elisabetta Stefanelli)
Dall’albero nudo che evoca Penone,
alla foresta in bianco e nero che ricorda le illustrazioni della
Divina Commedia del Dorè, passando tra le nebbie al mare in
tempesta, alla ricerca di una classicità delle forme che esalta
e riflette, tra i mille specchi, la ripetizione ipnotica della
musica e del canto, tra il verde della foresta o il rosso dei
coralli in un mondo che è poesia allo stato puro. La Trilogia
d’Autunno al Teatro Alighieri per il Ravenna Festival, risplende
della perfezione di un connubio già sperimentato che questa
volta arriva a livelli altissimi d’incanto ed è accolta da un
tripudio di applausi scroscianti. Si intitola ”L’invisibil fa
vedere Amore” il triplo appuntamento che comprende Orlando e
Alcina di Georg Friedrich Haendel, in occasione dei 340 anni
della nascita del compositore. L’allestimento è firmato a
quattro mani da Pier Luigi Pizzi, che cura regia, scene e
costumi, e Ottavio Dantone, che da tutto se stesso suonando il
clavicembalo e insieme dirigendo Accademia Bizantina, venti
elementi che riempiono il teatro in una perfetta misura adatta
alla partitura barocca. Il triplo appuntamento si conclude con
il Messiah, con Dantone nuovamente alla guida della Bizantina e
il Coro della Cattedrale di Siena Guido Chigi Saracini,
preparato da Lorenzo Donati.
Haendel attinge per ben due volte al poema di Ludovico
Ariosto e lo fa usando l’italiano come lingua d’elezione, in
quegli anni molto popolare grazie alla musica e diffusa nelle
corti. Il filo conduttore delle due opere è quello dell’amore in
tutte le sue sfumature, così adatto al teatro barocco che
puntava sempre allo spettacolare e al sorprendente. È tutto un
colpo di scena: amore è la parola più citata ma i tradimenti
sono all’ordine del giorno nell’intreccio fittissimo che ambisce
al vermiglio, così declinato nei costumi di Pizzi in tutte le
sue sfumature. Ricchezza cromatica che è anche nelle voci del
teatro barocco che oggi ha ritrovato nuova fortuna ”proprio
grazie alla preparazione degli interpreti”, spiega Dantone.
”Vedo bene che amare è un grande imbroglio” dice la
pastorella Dorinda, la più saggia del gruppo, che qui ha la voce
di Martina Licari che poi in Alcina sarà una Morgana altrettanto
efficace. Orlando non ebbe una grande fortuna al suo esordio,
nel gennaio del 1733, quando fu replicato solo una decina di
volte, ma è considerato il capolavoro di Haendel ed è di una
bellezza struggente, anche se Alcina forse lo supera per
l’intensità della partitura. Qui al Dante Alighieri c’è un
efficace cast con Filippo Mineccia nei panni del paladino
Orlando, innamorato di Angelica (Francesca Pia Vitale), la
principessa del Catai a sua volta invaghita del giovane saraceno
Medoro (Elmar Hauser), amato anche dalla pastorella Dorinda
(Martina Licari). Solo con l’intervento del mago Zoroastro
(Christian Senn), Orlando ritornerà in sé in un epilogo che
sembra tragico ed invece, ultimo colpo di scena, vira nel lieto
fine. La passione di Haendel per Ariosto continua con Alcina,
che portò in scena due anni dopo, nel 1735. Qui i ruoli della
fata Alcina e del cavaliere Ruggiero sono affidati a Giuseppina
Bridelli ed ancora ad Elmar Hauser, che dà grande prova di sè,
mentre la brava Delphine Galou è Bradamante, promessa sposa del
paladino che raggiunge l’isola nascondendosi sotto l’identità
del fratello Ricciardo, accompagnata dal confidente Melisso, un
sempre bravo Christian Senn). La sorella di Alcina, Morgana, è
interpretata da Martina Licari e il capo delle sue guardie
Oronte è Žiga Čopi. In scena in entrambi i casi nel ruolo di
Amore c’è Giacomo Decol, trait d’union fra le due opere che
hanno l’impianto scenico di base in comune ma reinterpretato
magistralmente da Pizzi. Per entrambe le opere, Oscar Frosio e
Matteo Letizi curano rispettivamente luci ed editing video con
una spettacolare trasformazione che in Alcina riempie la scena
della ricchezza del marmo e dell’alabastro.
Infine a concludere il Messiah, polittico musicale che, in
prima esecuzione a Dublino nel 1742, luminosa rappresentazione
del dramma del Cristianesimo carica di umanità e commozione, ma
anche di un eloquio prezioso e sapiente, che si traduce in una
allegoria capace di trascinare l’ascoltatore fuori dal tempo e
dalla storia. Solisti per questa performance Alysia Hanshaw,
Delphine Galou, Žiga Čopi e Christian Senn.
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