Questo articolo è pubblicato sul numero 41 di Vanity Fair in edicola fino al 7 ottobre 2025.
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Quando Shailene Woodley parla, ti parla per davvero, anche se in mezzo c’è uno schermo e probabilmente un oceano. Ha quella rara capacità di tenere lo sguardo, di restare presente, in una conversazione come nelle cause a cui più tiene: «Credo troppo nella natura e nelle future generazioni per potermene stare qui seduta con le mani in mano e permettere che vengano compiute ingiustizie». Trentatré anni, il primo ruolo a otto, non è un caso che sia diventata, fin da giovanissima, una delle voci più riconoscibili di Hollywood. Da Colpa delle stelle, il film che l’ha trasformata in un volto generazionale, a Divergent, la saga che l’ha resa un’icona globale, passando per Big Little Lies, dove ha conquistato nomination a Emmy e Golden Globe accanto a Nicole Kidman e Reese Witherspoon. Poi i ruoli più maturi: The Descendants, The Mauritanian, Ferrari di Michael Mann. E ora Motor City di Potsy Ponciroli, presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, un film sorprendente con 103 minuti quasi senza dialoghi. Perché ogni volta che Woodley sceglie un progetto, sembra farlo seguendo un’unica regola: essere autentica. Vale per il cinema, e vale per la vita.
Attivista – anche se non ama la definizione – per i diritti umani e per l’ambiente, oggi porta lo stesso sguardo anche nella moda. A Milano ha presentato i Sustainable Fashion Awards, i premi organizzati dalla Camera della Moda che trasformano gli abiti in dichiarazioni di responsabilità. «Apprezzo sempre quando istituzioni come la moda», spiega, «scelgono di cambiare il modo in cui pensiamo e ci relazioniamo ai prodotti con cui ogni giorno adorniamo i nostri corpi. Le conseguenze sociali e climatiche dell’industria della moda possono essere immense, ed è importante parlare di ciò che sta accadendo e del ruolo che tutti noi abbiamo».
C’è stato un momento in cui ha sentito che la sua voce poteva davvero fare la differenza?
«Quello che ho sempre cercato di fare è fungere da ponte. Ci sono tantissime persone là fuori che fanno un lavoro straordinario, ma non hanno accesso ai media, alle piattaforme, alle stanze in cui qualcuno è disposto ad ascoltarle. Io sì. E loro ne sanno molto più di me. Quindi, se come attrice posso fare da megafono, ci sono. Nel 2016, negli Stati Uniti, c’è stata una protesta chiamata Standing Rock: è stata un’occasione fondamentale per usare la mia voce a sostegno dei nativi americani. Ho protestato insieme ai Sioux contro il progetto di un oleodotto in North Dakota. E nel corso degli anni ci sono state tante altre iniziative, legate al clima e all’ambiente, a cui ho aderito».
In questi tempi bui in cui viviamo, quale ruolo può avere Hollywood?
«Hollywood ha una grande responsabilità nelle storie che racconta e nel modo in cui lo fa. E non solo Hollywood: anche Bollywood, il cinema italiano, quello francese, il cinema in generale. Sono molto orgogliosa e grata di far parte di un’industria che sta provando a fare la differenza, scegliendo diversità, partecipazione femminile. Ci sono ancora tante cose che devono cambiare, ma lentamente e inesorabilmente stiamo lavorando nella giusta direzione. A livello personale, ho sempre una domanda: “cosa potremmo fare di più?”».
Che risposta si dà?
«Dico sempre che “lento significa veloce”. È un consiglio che do spesso, ed è anche qualcosa che devo imparare a fare di più nella mia vita. Tutto ciò che ho fatto con costanza e calma si è sempre rivelato fruttuoso. Quindi, per chi pensa: “È troppo, c’è così tanto da fare, qual è una piccola cosa che posso fare?”, credo che la risposta sia semplice: scegli una cosa sola a cui dedicarti. Per alcune persone potrebbe essere una donazione a una ong o a un’organizzazione che fa il lavoro che loro non hanno tempo di fare. Per altre potrebbe essere qualcosa di diverso: essere un po’ più gentili ogni giorno, esercitare più pazienza, più compassione. Per altre ancora può essere qualcosa di più pratico: staccare i dispositivi dalla presa quando non sono in uso, limitare l’acqua sotto la doccia, scegliere di camminare invece di prendere l’auto. Si tratta solo di trovare ciò che si adatta meglio alla propria vita, che sia un gesto fisico, emotivo o mentale, e impegnarsi a farlo per 30 giorni. Perché una volta che cambiamo un’abitudine – penso servano 21 giorni per iniziare – possiamo farcela davvero».

