Lei ha seguito anche tanti casi di violenza di genere che poi non sono sfociati in femminicidio: ci racconta una storia a lieto fine?
«Un giorno, dopo aver proiettato un video a scuola sul caso di Sara, mi si avvicinò una studentessa piangendo e raccontando degli abusi psicologici e fisici subiti da lei e dalla madre ad opera del nuovo compagno della donna. Ci attivammo subito con il nostro pool dedicato specificatamente alla violenza di genere, raccogliendo la denuncia nella nostra stanza di ascolto protetto che oggi c’è in quasi tutte le questure d’Italia, dove tutto è accogliente e pensato per evitare disagi e forme di vittimizzazione secondaria. Abbiamo successivamente ottenuto una condanna del soggetto per stalking e maltrattamenti in famiglia. Peraltro, mi preme ricordare che oggi la giurisprudenza è univoca nel riconoscere questi reati cosiddetti sentinella della violenza di genere anche solo in presenza di una violenza psicologica. Oggi sono ancora in contatto con quella madre e sua figlia: stanno bene, hanno una casa, un uomo che vive con loro e ama entrambe, nella bellezza della libertà e della serenità. Sono storie come queste, di vita rinata e sorrisi restituiti, che mi danno la forza per continuare a fare questo lavoro».
Possiamo quindi mandare il messaggio che la denuncia – statisticamente – diminuisce i rischi anziché aumentarli?
«Assolutamente sì, molte vittime hanno timore che con la denuncia si aumenti il rischio di ulteriore violenza e di degenerazione, perché le storie di cui più si parla sono (comprensibilmente) quelle finite male. In realtà in tanti casi parliamo sì di soggetti narcisisti e privi di empatia, ma soprattutto di vigliacchi: da quel momento, vedendo che la donna reagisce e che non è più sola, ma con le forze dell’ordine che la supportano, molti cambiano condotta. C’è anche una primissima misura che si chiama ammonimento del questore e attiva il Protocollo Zeus per il recupero dei soggetti abusanti, inseriti in un percorso rieducativo che spesso, a differenza di quanto si possa pensare, risulta efficace nel porre fine al comportamento criminoso. A tal proposito vorrei segnalare anche l’esistenza dell’app YouPol, che consente immediatamente di interfacciarsi con la sala operativa della questura del proprio territorio per mandare segnalazioni, foto e video, il tutto con geolocalizzazione automatica, così da ricevere assistenza immediata o fornirla ad altri nel caso in cui si sia testimoni di violenza. Ci si può registrare anche in forma anonima e interagire in tutte le lingue».
E a sua figlia di 7 anni cosa racconta?
«La verità, con un linguaggio adatto a lei. La mamma di Sara Di Pietrantonio, Concetta Raccuia, è diventata per noi di famiglia ed era presente anche il giorno del mio matrimonio. Mia figlia la conosce benissimo – la chiama zia Tina – e sa che la sua Sara adesso è in cielo a causa di una persona crudele. I lupi cattivi esistono, le favole le hanno inventate apposta, e questa è una realtà che non possiamo nascondere: non per spaventare ma per insegnare subito ai più piccoli a distinguere ciò che è amore da ciò che non lo è. Non è una guerra di genere, non siamo noi donne contro gli uomini: è la battaglia dell’amore contro l’odio, dell’indifferenza contro l’empatia, della sensibilizzazione contro la normalizzazione della violenza. A Demetra insegno che l’amore sono le carezze e la cura, ma soprattutto glielo mostro, perché i bambini sono delle spugne e imparano dall’esempio, più ancora che dalle parole. Anche per questo mi impongo di dedicarle tempo di qualità, rigorosamente senza telefono in mano. Come genitori dobbiamo essere presenti davvero, non solo fisicamente».

