Lo chiamavano «Paoletta», ma anche «Nino D’Angelo», per quei lunghi capelli biondi che ricordavano il caschetto chiaro dell’artista napoletano. È così che Paolo Mendico, 14 anni, veniva deriso a scuola, fino a quando non ha più retto il peso del bullismo, scegliendo di togliersi la vita. Il papà Giuseppe lo ha raccontato al Corriere. E lo stesso Nino D’Angelo, toccato nel profondo da questa storia, ha sentito il bisogno di intervenire con un lungo post su Instagram: «Come si fa, come si fa a trovare una ragione, una spiegazione a questa cosa… Io mi sento piccolo piccolo e non so trovarla. Qual è potuta essere la solitudine che ha confuso i pensieri di questo ragazzino di nome Paolo, fino a portarlo a fare un gesto simile».
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Poi, l’amara autocritica che diventa collettiva: «Dov’eravamo noi, tutti noi che oramai sappiamo sempre poco dei nostri figli, dov’eravamo e dov’erano le parole che avrebbero dovuto far capire agli amici di Paolo che certe cose non si possono dire, fanno troppo male, ma così male che possono uccidere un ragazzino della loro stessa età». E ancora, la sua scusa più dolorosa: «Perdonaci Paolo se non abbiamo saputo aiutarti. Scusami se ti hanno dato il mio nome».
Parole che hanno colpito profondamente i fan del cantautore, molti dei quali hanno sottolineato il paradosso: un ragazzino che non resiste più al dolore delle prese in giro e un artista che quasi si sente in colpa perché il suo stesso nome è stato trasformato in insulto.
Ma dietro l’emozione di oggi, c’è anche un filo che lega questa tragedia alla storia personale di D’Angelo. L’artista, che nella sua carriera ha vissuto sulla propria pelle pregiudizi e discriminazioni, ha sempre raccontato la fatica di crescere e di farsi riconoscere per quello che era.
E non solo come artista, ma anche come padre. Proprio il più grande dei suoi due figli, Toni, regista e sceneggiatore, ha ricordato nel documentario 18 giorni i momenti difficili della loro relazione, quando la figura ingombrante del padre lo ha spinto a chiudersi e ad affrontare i primi attacchi di panico a 18 anni.
Eppure, nel tempo, il dolore condiviso ha creato un terreno di incontro: «Non parliamo ogni giorno di come stiamo, ma abbiamo sempre saputo riconoscere il dolore dell’altro», hanno raccontato a Vanity Fair padre e figlio. Toni ha imparato a vedere nel padre non un supereroe, ma un uomo che ha conosciuto fragilità, depressione, smarrimento. Forse proprio per questo oggi Nino D’Angelo riesce a leggere con tanta empatia la tragedia di Paolo: perché conosce bene cosa significhi sentirsi schiacciati dal giudizio, soli nella propria sensibilità.

