Quanto costa essere liberi come artisti?
«Non mi sento mai completamente libero. Abbiamo tutti la stessa condizione: sappiamo che lasceremo questo mondo, ma non sappiamo quando, e questo ci tormenta. Sei libero solo se riesci a rinunciare a questo tormento. Una delle bellezze dell’essere attore è proprio potersi lasciare andare, vivere momenti in cui senti e basta, ti muovi, lasci che accada. Quelli sono attimi di libertà. Ma la libertà assoluta non esiste. Penso che i grandi artisti siano umili, capaci di scomparire nel loro lavoro. E va bene così. La nostra società però ci dice di accumulare, di apparire, di raggiungere».
Al Lido si è parlato tanto anche di Gaza. Che cosa pensa di quello che sta accadendo?
«È una situazione orribile. Ogni giorno, quando mi sveglio, mi chiedo quale sia la mia responsabilità, ma non ho una risposta. La gente sta soffrendo, gli aiuti umanitari devono poter arrivare».
Crede che il cinema possa avere un ruolo?
«Il cinema è molto potente. Può cambiare il modo di pensare. Il problema di molte questioni geopolitiche è che le persone restano bloccate in questioni identitarie, in idee fisse. Non vedono quello che c’è, non pensano a come sfruttare al meglio ciò che abbiamo. E quando non ottengono quello che vogliono, cercano qualcuno da incolpare. È così che nascono i conflitti».
Lei vive per lunghi periodi in Italia. Nota differenze con gli Stati Uniti?
«Non so esattamente cosa stia accadendo in America in questo momento, ma sì, ci sono differenze nelle risposte delle persone ai tempi difficili».
Che rapporto ha con il passare del tempo?
«Non ci penso molto, finché non me lo ricordano. Ripercorro la mia vita attraverso i film e le opere teatrali che ho realizzato. Ogni giorno, facendo yoga, penso al mio corpo e noto i cambiamenti: alcune cose migliorano, altre peggiorano. Oggi conosco molte persone che sono morte: prima ero il più giovane, ora spesso sono il più anziano. Penso all’età più di quanto non ammetta, ma non mi piace l’idea, perché è astratta. I miei genitori sono morti piuttosto vecchi, per cui credo di avere una buona genetica. Se non faccio cose folli, dovrei riuscire a fare ancora un po’ di film».
C’è un regista con cui vorrebbe lavorare?
«Ogni volta che vedo un bel film penso che mi piacerebbe lavorare con quella persona. Ma non lo dico pubblicamente, lo faccio in privato. Ho lavorato molto con registe donne, e mi piace. Le mie due relazioni sentimentali più lunghe sono state con registe donne. Sono cresciuto con molte sorelle, forse è per questo che mi sento a mio agio con le donne».

