«C’erano una volta,
in un tempo lontano, un paio di donne a tenersi la
mano, al tempo di schiave e fate brillanti, di voci
soavi e corpi mai stanchi, che poi la distanza non è
mica tanta,
schiave fatate e sogno che incanta.
Europeizzate, slavate, imbiancate,
si parla di loro e si vedon le date,
di rivoluzione,
di ascolto e parola,
di lotta, di coro,
di urla di gola,
e lì su quei Palchi
sorride alla gente,
la schiava giullara,
l’artista innocente,
che intrattiene la gente,
(Voce maschera del teatro)
Ingresso a parte, s’intende!
Si attende… si attende, perlomeno che entri la gente,
la gente è pagante, col frack, perle, diamanti, la seta
splendente, denti lucenti, capelli domati
eccoli inghirlandati… eccoli!
I BIANCHI – tutti inghingherati!
L’artista nero è (enfasi sto per dire una cosa
bellissima) una bestia, non ha camerino,
entra di fretta,
entra il tempo di fare come un canarino,
un lieve canto soave
mai pieno- del suo vero sentire,
ma qui c’è razzismo (ops.. ah, non si può dire?
ma c’è anche il diniego),
allora Nina, Eartha, Billie, Rosa, Chavela
all’improvviso faran capolino,
nelle loro realtà, nei visi ormai stanchi,
ma quelle briciole in vista,
quei passi sui palchi, sanno che apriranno la
strada a molti altri.
Ma i dischi? Sì, sì, sì nelle case
possono entrare, dischi importanti da incorniciare,
allora un concerto equivale allo zoo, ti ascolto dal
disco ma parlarti? Toccarti? No!
Vederti, stringerti la mano, si guarda al diverso come
a un cormorano!
Ah sì.. l’ho capito, non ce l’hai presente? (come a un
bambino) È un uccello nero nero nero, dal becco possente, ma non mangia la gente!
È l’incipit dello spettacolo Vucchi l’arma (Bocche dell’anima) di Ester Pantano con il sassofonista Giovanni Balistreri e il tastierista Vincenzo Pipitone, in scena a Villa Massenzio – Parco Archeologico dell’Appia Antica domenica 14 settembre, dentro la rassegna Roma Unplugged Festival.
«Vucchi l’arma l’ho scritto per dire grazie a molte donne/artiste che stimo», spiega l’attrice, «Lo spettacolo è un alternarsi fra narrazione e concerto, si rappresentano energia e forza, i messaggi che hanno saputo cambiare negli anni il modo di rappresentare l’arte, il patrimonio artistico e civile delle donne che nonostante avessero meno voce, sono riuscite a dare voce e anima a un mondo scettico e deprivato del gusto dello sguardo, dell’anima femminile. Donne che non sono solo corpo e non compiacciono alcuno standard. Si vuole rompere un muro, raccontare le artiste che avevano accesso al palco e ne facevano non solo un luogo atto alla performance ma un inno di protesta, un luogo dove era possibile attivare le coscienze degli spettatori e renderli capaci di discernere e sapere che oltre ai teatri, alle sale da concerto, ai salotti, in aeree meno fortunate c’era qualcuno che lottava per avere il primo diritto di nascita, ossia il diritto alla vita. Donne che cantavano non per produrre suoni piacevoli ma per cambiare qualcosa. Le artiste che ho scelto di raccontare sono state fondamentali nel mio percorso artistico e di crescita umana e artistica e la voce che ho la ho anche grazie a loro. A tutte le voci che nonostante tutto si fanno sentire e rompono muri di pregiudizi e indifferenza e portano e lottano per pace e uguaglianza, per i nostri diritti».

