(dell’inviata Mauretta Capuano)
Ocean Vuong, l’autore del caso
letterario Brevemente risplendiamo sulla terra, ha pensato al
Moby Dick di Melville quando ha cominciato a scrivere il suo
secondo romanzo ‘L’imperatore della gioia’ (Guanda), appena
arrivato in libreria e con cui è per la prima volta al
Festivaletteratura di Mantova che si apre oggi, 3 settembre.
Un libro che tocca molte questioni profonde, dal suicidio alla
natura, dall’antropologia ai rapporti fra le generazioni, ma
soprattutto che racconta la classe lavoratrice, le persone ai
margini, il destino di chi vive in terra straniera e
l’infrangersi del sogno americano.
“Sono un outsider e racconto la vita da questo punto di vista.
Moby Dick è stato un romanzo di rottura, ha raccontato la vita
di persone in altomare. Io ho voluto rappresentare la working
class, qui sulla terra” dice all’ANSA Vuong, 37 anni, che è nato
in Vietnam e si è trasferito negli Stati Uniti nel 1990. A
Mantova con il suo compagno, lo scrittore ora vive in una
piccola cittadina del Massachusetts di 30 mila abitanti e
insegna alla New York University.
Ma come si vive nell’America di Trump? “È molto facile,
soprattutto lo vedo nei media, rappresentare Trump come un
pagliaccio, una figura isolata. Pensare di rimuovere Trump per
risolvere i problemi sarebbe un errore, non cambierebbe la
situazione. C’è un pezzo enorme di società che condivide la sua
filosofia, questa politica errata. È una cosa più complessa.
Dobbiamo fare una battaglia contro le idee, non contro le
persone. Le persone si possono redimere eliminando le idee
cattive, negative che portano al genocidio come abbiamo visto
anche in passato” sottolinea Vuong al quale spunta dalla chioma
nera una lunga e sottile treccina.
‘L’imperatore della gioia’, ambientato nella città
postindustriale di East Gladness, in Connecticut, negli anni
della presidenza Obama, vede il diciannovenne Hai sul bordo di
un ponte, pronto a fare il salto definitivo. Lo ferma Grazina,
una anziana vedova, immigrata dalla Lituania, malata di
Alzheimer, sopravvissuta alla seconda guerra mondiale, ma ancora
abitata dal trauma della guerra. Tra loro nasce un rapporto
speciale che cambierà la vita di entrambi.
“Grazina è una persona reale, ma ho inventato la sua storia”
racconta Vuong che nel romanzo racconta esperienze che ha
vissuto, realtà che ha sperimentato reinventandole con uno stile
unico in cui entrano anche elementi magici come i gufi e
invenzioni fantastiche come quella delle carote che hanno
l’effetto di prevenire la tristezza.
Hai come Vuong ha lasciato l’università ma non ha avuto il
coraggio di dirlo alla madre.
“Ero il primo figlio che faceva studi universitari, ma ho
lasciato il corso e non avevo il coraggio di dirlo a mia madre
che era molto orgogliosa di me. Ho cominciato a scrivere poesie
e fatto domanda per una borsa di studio che mi è stata data a
New York, però non copriva tutte le spese. Così ho vissuto per
due anni in stazione. Un giorno ho conosciuto un ragazzo, che
ora è il mio compagno, che mi ha proposto di vivere in casa con
la nonna di 84 anni che soffriva di demenza e aveva una stanza
libera. Nel libro ho voluto onorare questa figura” spiega lo
scrittore che ha esordito come poeta.
“Scrivo a mano, non al computer e questo mi permette di stare
più a lungo su una frase e immaginare la scena. Ci sono alcune
idee che prendo dalla vita, altre come la storia della carote
che mi vengono in mente mentre scrivo” dice Vuong per il quale
“ogni libro è come un’arca”. Molti gli autori italiani, da Primo
Levi a Pier Paolo Pasolini, da Natalia Ginzburg a Italo Calvino
che lo hanno ispirato, ma il grande amore è Dostoevskij e in
particolare I Fratelli Karamazov di cui cita nel libro la frase:
“Non avere paura della vita, figliolo. La vita è bella quando si
fa qualcosa di bello per gli altri”.
L’Italia è stata molto importante per il suo percorso di
scrittore. “Ho fatto le mie prime residenze artistiche in
Umbria e letto le mie poesie alla Milanesiana di Elisabetta
Sgarbi. A Palazzo Reale a Milano ho visto le crepe sui muri di
una stanza (Salone delle Cariatidi ndr) dovute alle bombe della
seconda guerra mondiale, lasciate lì come testimonianza. Ho
avuto in quel momento un’illuminazione per scrivere il mio primo
romanzo. Le persone tendono a riparare le cose e non a mantenere
una crepa” dice lo scrittore.
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