“Non prendiamo lezioni sul soccorso in mare, la legalità e la lotta ai trafficanti di esseri umani da Piantedosi e da chiunque abbia liberato un criminale contro l’umanità come Almasri o sostenga la cosiddetta guardia costiera libica che spara contro le navi umanitarie”.
A ventiquattro ore dal post con cui il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha rivendicato il fermo della nave Mediterranea, arrivata a Trapani disobbebendo all’ordine di raggiungere Genova, e l’assoluta esclusiva sul soccorso in mare, tacendo su attacchi, minacce e spari della Guardia Costiera libica, l’ong italiana – annuncia la presidente Laura Marmorale – risponde con un esposto.
L’esposto depositato a Trapani
Lo firmano il capomissione Beppe Caccia e il comandante Pavel Botica e chiede espressamente alla procura di Trapani di indagare sulle intimidazioni ricevute, identificare i miliziani libici e procedere contro di loro anche per le torture e il tentato omicidio dei naufraghi che l’equipaggio ha soccorso fra le onde, come per le innumerevoli violazioni del diritto internazionale. Nel documento di 15 pagine, che Repubblica ha avuto modo di visionare, si ricostruiscono in dettaglio le intimidazioni ricevute fin da quando la nave è arrivata nelle acque internazionali intorno alla Libia.
Minacce e intimidazioni armi in pugno
Il primo giorno, fino a otto imbarcazioni diverse, ma tutte di tipo militare, con sopra anche uomini armati che per ore hanno mostrato i mitra, insultato e intimidito l’equipaggio, si sono pericolosamente avvicinate alla nave fino ad arrivare sottobordo, per poi incrociare sotto la prua della nave, con manovre pericolosissime. I miliziani – Repubblica era a bordo e lo può testimoniare – erano così vicini da poter sentire distintamente le loro urla e insulti. Un assedio durato ore, conclusosi con l’intimazione “andate via dalla Libia”, nonostante la nave incrociasse in acque internazionali.
Otto lance si avvicinano a Mediterranea: a bordo uomini in mimetica e armati
Poco dopo, appena calata la notte, è stata la motovedetta “Zawiyah”, numero identificativo 656, ad avvicinarsi alla nave: ancora una volta, i militari sul ponte hanno minacciato l’equipaggio di usare le armi, per poi usare il canale 16 – in teoria dedicato alle emergenze – per ordinare di fare rotta verso Nord. “Zero, zero, go out from Libya”, il messaggio ripetuto più volte.
Il tentato omicidio dei dieci naufraghi
Una ventina di ore dopo, un’imbarcazione stracarica si è avvicinata a Mediterranea in piena notte. Quando i rhib sono stati calati in acqua per prestare assistenza, dieci persone – tutti ragazzi fra i 14 e i poco più di vent’anni – sono stati scaraventati in acqua, fra onde alte oltre un metro e mezzo, in una notte senza luna. Nei giorni successivi, con l’equipaggio hanno condiviso le storie di violenze, abusi, torture che hanno subito. Tutti, anche i più piccoli. E tutti obbligati, nelle intenzioni del Viminale, a aspettare giorni e giorni prima di raggiungere Genova.
Salvataggio da brividi per Mediterranea, dieci persone soccorse mentre erano già in acqua
“Violazioni sistematiche del diritto internazionale”
“Le minacce di cui siamo stati vittime e il modo in cui dieci esseri umani sono estati esposti al rischio morte – si legge nell’esposto depositato dai legali di Mediterranea, Serena Romano e Fabio Lanfranca – conferma che i militari libici, lungi dall’operare nel rispetto della normativa internazionale in tema di soccorso in mare e a tutela dei diritti umani, impiegano i finanziamenti dell’Unione Europea e i mezzi di soccorso donati dal Governo italiano per commettere gravissime violazioni della normativa in materia di soccorso e di tutela della vita e della sicurezza in mare”.
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Violazione reiterata di norme e convenzioni internazionali
È una conferma della “palese violazione” di doveri e divieti specificamente previsti dalle leggi del mare, dalle norme e convenzioni internazionali, dal diritto marittimo, così come degli obblighi che discendono dall’istituzione di una zona Sar (ricerca e soccorso) di propria competenza. Per la Libia, spiegano da Mediterranea, si è trasformata in un territorio di caccia. E a confermarlo sono anche agenzie internazionali come Unhcr, che pochi giorni fa – si spiega nel documento – hanno confermato l’attualità di quanto denunciato in precedenti rapporti: personale della cosiddetta Guardia Costiera Libica e alti funzionari statali sono direttamente coinvolti in innumerevoli casi di sparizioni, violenze fisiche e psicologiche, lavoro e reclutamento forzato, riduzione in schiavitù, stupri e abusi sessuali, torture, omicidi di migranti.
A conclusioni del tutto identiche, si ricorda, sono arrivate l’assemblea Onu e organizzazioni internazionali come Amnesty international, così come la Corte penale internazionale, che nell’ambito di un’inchiesta su crimini del tutto simili, aveva ordinato l’arresto di Almasri, ex capo della Rada e della polizia giudiziaria che l’Italia ha liberato e riportato a casa.
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“Prassi di violenza e minaccia consolidata”
“I fatti documentati dagli osservatori internazionali, dall’Unhcr e dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, sono in tutto simili a quelli che abbiamo personalmente vissuto ed osservato”, denunciano il capomissione Beppe Caccia e il comandante Pavel Botica, e confermano “una prassi di violenza e minaccia nei confronti degli operatori del soccorso e dei naufraghi che negli ultimi tempi sta assumendo dimensioni e connotati di usualità preoccupanti”.
L’Italia ha il potere e la competenza per indagare
L’Italia, spiegano i legali, ha potere e competenza per indagare, identificare i miliziani – Mediterranea ha fornito foto e video degli attacchi subiti – e procedere contro di loro per violenza privata e minaccia aggravata anche nei confronti di cittadini italiani, presenti in gran numero fra l’equipaggio, e tortura e tentato omicidio nei confronti dei naufraghi, così come per la violazione di innumerevoli norme e convenzioni internazionali sul soccorso in mare. E capomissione e comandante chiedono espressamente alla procura di Trapani di farlo.
“Chiediamo verità sui rapporti Italia Libia”
“Noi chiediamo la verità, anche giudiziaria, sulle ‘collaborazioni’ di questi anni – spiega la presidente Laura Marmorale – Aver ‘acquistato’ i servizi dei trafficanti e avergli consegnato la Libia, questo è il problema, non le ong o i migranti, vittime innocenti di politiche disumane”.
Il Pd a bordo della nave, solidarietà anche dal sindaco di Trapani
Con Mediterranea si schierano le opposizioni e la società civile, che anche fisicamente hanno deciso di mostrare la propria vicinanza. Ieri pomeriggio, il sindaco di Trapani Giacomo Tranchida è salito a bordo della nave, da dove ha lanciato un appello chiaro: “C’è un problema etico per l’Italia non possiamo essere complici. Invitiamo il governo italiano a prendere posizione, così come la magistratura a far luce e giustizia. La vita umana è sacra, sempre”. Nella mattinata di oggi invece è stata una nutrita delegazione del Pd nazionale e regionale, guidata dalla deputata Giovanna Iacono, a raggiungere l’equipaggio, che anche il comandante della Capitaneria di Trapani, Guglielmo Cassone ha voluto personalmente salutare. Fra i presenti, anche l’ex sindaco di Palermo e eurodeputato di Avs Leoluca Orlando. “Il blocco della nave Mediterranea – ha sottolineato – conferma la strategia del governo nazionale in aperta violazione della Costituzione italiana e della legalità internazionale. Mentre si attende l’intervento di autorità giudiziarie internazionali ed italiane si chiede al Ministero dell’Interno di ritirare in autotutela gli atti illegittimi posti in essere nei confronti di Mediterranea”.
Oggi pomeriggio invece sarà la società civile, insieme alla Cgil che ha formalmente aderito all’iniziativa, a muoversi: per le 19 è stata convocata una manifestazione a sostegno dell’equipaggio e per chiedere la revoca del fermo.

