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    Home»Economia»Rifiuti tessili, 120 milioni di tonnellate di capi scartati: l’80% in discarica o negli inceneritori
    Economia

    Rifiuti tessili, 120 milioni di tonnellate di capi scartati: l’80% in discarica o negli inceneritori

    admin5698By admin569821 Agosto 2025Nessun commento6 Minuti di lettura
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    Rifiuti tessili, 120 milioni di tonnellate di capi scartati: l’80% in discarica o negli inceneritori
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    La produzione di abbigliamento e tessuti nel mondo cresce costantemente, e la fabbricazione globale di fibre è più che raddoppiata dal 2000. La rincorsa dietro a nuovi trend, i redditi crescenti e i mutamenti delle abitudini dei consumatori, che cambiano più frequentemente – usando meno – gli articoli che comprano, hanno portato a modelli di spesa – e di spreco – che hanno un riflesso sia economico che ambientale nelle società. Nel 2024, gli indumenti scartati e gettati a livello globale hanno raggiunto le 120 milioni di tonnellate: l’80% è finito nelle discariche o negli inceneritori, solo il 12% è stato riutilizzato, e meno dell’1% è stato riciclato in nuove fibre tessili. A indicarlo è un report di Boston Consulting Group (Bcg) che stima una perdita all’anno di circa 150 miliardi di dollari in termini di valore delle materie prime dei rifiuti tessili non recuperati. Un danno finanziario che ha un impatto anche sul pianeta: la produzione tessile – dall’estrazione delle materie prime alla fabbricazione dei prodotti – è responsabile del 92% delle emissioni di gas serra dell’industria della moda.

    Spreco e inquinamento

    Come fanno notare gli analisti di Bcg nell’analisi Spinning Textile Waste into Value, nel 2024 a livello globale è stata gettata una quantità di vestiti sufficiente a riempire più di 200 stadi olimpici. E tanto di questo materiale non è stato recuperato. Il volume di rifiuti tessili sta crescendo: si stima che dalle 120 milioni di tonnellate del 2024 potrebbe arrivare a 150 milioni nel 2030. L’anno scorso, solo il 20% dell’intero ammontare è stato raccolto: di questo, il 12% è stato riutilizzato, il 7% è ritenuto idoneo al riciclo e l’1% non è stato né riutilizzato né riciclato. Di quel 7%, meno dell’1% è stato convertito in nuova fibra.

    Queste tendenze hanno un riflesso sul piano ambientale. Al di là dell’inquinamento legato alle attività di produzione, anche i processi di smaltimento hanno un forte impatto: incenerire una tonnellata di tessuti genera emissioni equivalenti a quelle prodotte da una persona che prende sei voli di andata e ritorno tra Londra e New York, si legge nell’analisi di Bcg. Inoltre le discariche a cielo aperto e l’abbandono incontrollato di rifiuti creano altri rischi, con il rilascio di microplastiche nocive. Intanto, le opzioni di smaltimento si riducono: l’analisi ricorda che negli Stati Uniti i rifiuti tessili sono cresciuti del 50% tra il 2000 e il 2018, e di questo passo le discariche del Paese potrebbero raggiungere la capacità massima entro il 2038. Inoltre, lo spreco di tessuti nelle economie più avanzate finisce per creare problemi in altre parti del mondo. Nei Paesi ad alto reddito, i capi scartati che non possono essere rivenduti a livello domestico sono frequentemente esportati nelle regioni in via di sviluppo: tuttavia, molti articoli finiscono in discariche a cielo aperto, come mostra quella nel deserto di Atacama in Cile che contiene circa 66 mila tonnellate di prodotti.

    “I costi dei rifiuti sono sconvolgenti. Stiamo gettando miliardi in valore perdendo una grande opportunità per rendere l’industria della moda più sostenibile e resiliente”, ha commentato Catharina Martinez-Pardo, Bcg managing director e partner, che ha firmato il report. Recuperando anche solo un quarto del valore – in termini di materie prime – sprecato di 150 miliardi di dollari all’anno si potrebbero compensare le spese annuali complessive per i materiali delle 30 maggiori aziende del settore fashion al mondo.

    Bcg 

    Gli ostacoli al cambiamento

    Sono diverse le pressioni ad agire per favorire l’adozione di pratiche più sostenibili. Da un lato le normative, che mostrano la spinta dei governi verso la riduzione dell’impatto sull’ambiente di questi prodotti: ad esempio nell’Ue i regolamenti sulla responsabilità estesa del produttore favoriscono la condivisione con le aziende produttrici delle responsabilità relative alla gestione del fine vita dei prodotti tessili. Dall’altro, l’instabilità delle catene di fornitura – tra cui eventi meteorologici estremi, tensioni geopolitiche e volatilità dei prezzi – rende più complicato l’approvvigionamento delle fibre tradizionali: ad esempio, secondo alcune stime entro il 2040 quasi la metà della produzione mondiale di cotone potrebbe subire periodi di crescita più brevi a causa dell’aumento delle temperature.

    Tuttavia, ci sono alcuni ostacoli che rallentano il cambiamento nella filiera del tessile. In primo luogo, alcuni fattori rendono i materiali riciclati meno desiderabili economicamente e a livello pratico: al di là delle preoccupazioni sulla loro qualità, disponibilità e integrazione nelle attuali catene di fornitura, emerge anche una differenza di costo significativa: ad esempio, il poliestere riciclato può essere costoso più del doppio rispetto al poliestere vergine, anche in conseguenza di vecchie supply chain ottimizzate per consegnare materiali vergini.

    Secondariamente, le infrastrutture di gestione dei rifiuti tessili sono insufficienti, visto che i sistemi in uso non sono stati progettati per i volumi prodotti attualmente. I processi di selezione nei canali di raccolta si basano spesso sul lavoro manuale, visto che le loro attività sono finalizzate a sostenere i mercati della rivendita più che le iniziative di riciclo. Tuttavia, i processi manuali non sono in grado di categorizzare in modo efficiente i materiali in base al livello di riciclabilità, alla composizione del tessuto e al colore, né di rimuovere efficacemente elementi come bottoni e cerniere. Senza dimenticare che queste procedure sono rese ancora più complesse dalla confusione dei consumatori, che non conoscono in modo chiaro la modalità corretta di smaltimento degli indumenti.

    Infine, servono delle innovazioni per trattare tessuti complessi che vadano oltre le attuali capacità di riciclo: oggi le soluzioni industriali di riciclo possono gestire solo tessuti a materiale singolo, mentre quelli moderni sono composti da miscele di diverse tipologie di fibra, spesso combinazioni di materiali naturali e sintetici.

    Secondo Bcg, è possibile rendere più circolare l’economia tessile, raggiungendo un tasso di riciclo superiore al 30% e realizzando nuove fibre con materie prime dal valore di circa 50 miliardi di dollari: un cambiamento che avrebbe un effetto anche sul mercato occupazionale, con la creazione di 180 mila nuovi posti di lavoro. Per realizzare questa visione, l’industria dovrebbe focalizzarsi su cinque azioni chiave: investire in innovazione, promuovere la domanda per tessuti con fibre riciclate, raccogliere più rifiuti, modernizzare i processi di raccolta e smistamento, ampliare ed espandere soluzioni di riciclo efficaci.

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