Quando è salito per la prima volta a bordo della nave di Mediterranea, Mare Jonio, e cos’ha provato?
«Il 30 aprile 2019. Dalla nave vedi tutto più chiaramente: il collasso e la rinascita insieme. Tocchi con mano l’ingiustizia, ma anche la potenza della solidarietà. Vedi persone che erano destinate ad annegare, e che invece si salvano grazie all’amore di altri esseri umani».
Ha scritto un libro che si intitola Salvato dai migranti. Cosa significa?
«Il nostro primo slogan fu “prima si salva, poi si discute”. È nato dalla testa, per riaffermare il primato del diritto di essere salvati prima di ogni discussione politica. Poi ne è nato un altro, dal cuore: “noi li soccorriamo, loro ci salvano”. Perché chi partecipa a una missione torna trasformato. Anche noi, in questa società, abbiamo bisogno di essere salvati: dalle nostre prigioni mentali, dall’individualismo, dalla solitudine».
Siamo una società infelice?
«Viviamo in un sistema della prestazione che genera ansia, frustrazione, isolamento. I giovani lo denunciano da tempo. Ma le relazioni, l’incontro con chi fugge, ci ricordano che c’è un altro modo di vivere».
Chi soccorre in mare viene spesso accusato di operare fuori dalla legge. È così?
«Noi operiamo all’interno della legge e anche del buon senso umano. C’è una legge del mare, scritta nella natura umana, che dice che ogni persona in difficoltà va salvata. Dopo le guerre mondiali, i nostri nonni vollero tradurre quei valori in diritto: le convenzioni internazionali oggi impongono il soccorso. Quando siamo nati dicevamo che la nostra è un’opera di obbedienza civile e disobbedienza morale: obbediamo alla legge internazionale, disobbediamo all’indifferenza».
Cosa possiamo imparare dal mare?
«Il mare ci libera dalle sovrastrutture e ci fa tornare alla nostra condizione più autentica: quella della fraternità universale. Non è un confine che separa, ma sponde che uniscono. Nel mare vige da sempre una regola semplice: si salva chi è in pericolo. Questa legge, che sulla terraferma spesso ignoriamo, ci parla della nostra vera natura. Siamo esseri di relazione: la nostra umanità si misura nella capacità di provare empatia, costruire solidarietà, accogliere le differenze. Il Mediterraneo è l’emblema della convivialità delle differenze: le sue sponde, i suoi porti, ci insegnano che la diversità non è un pericolo, ma una ricchezza».

