L’incognita sui dazi frena ancora le imprese dell’eurozona e, a cascata, l’andamento del credito e quindi l’economia, visto che l’accordo con gli Usa è un “passo” avanti che però non risolve le incertezze in una situazione mondiale ancora confusa e di tensioni.
Nel suo bollettino mensile la Bce resta cauta sull’andamento dell’economia europea che ha visto “un significativo rallentamento della crescita economica nel secondo trimestre”.
La stima flash diffusa a fine luglio da Eurostat ha evidenziato un pil a +0,1% dopo il +0,6% del primo trimestre e i dati sulla produzione industriale tedesca, diffusi oggi, giovedì, sono peggiori delle stime (-1,9% a giugno). Fuori dall’Europa la crescita mondiale dovrebbe confermarsi modesta. Altro segnale arriva dall’Ocse secondo cui il reddito reale delle famiglie per abitante nella zona Ocse è rallentato a un +0,1% nel primo trimestre 2025, allo stesso livello della crescita del Pil reale per abitante. Restano volatili i prezzi energetici, dovuta ai conflitti in Medio Oriente e alla volontà dell’ dell’amministrazione Trump di far calare le quotazioni del petrolio.
Se i tassi più bassi favoriscono le famiglie e, solo in parte, le aziende , tuttavia in questa situazione poco chiara la Bce ribadisce di non voler “vincolarsi a un particolare percorso dei tassi”. L’istituto di Francoforte infatti avvisa come “le prospettive di inflazione sono più incerte del consueto”, ancora una volta per “la volatilità dello scenario delle politiche commerciali a livello mondiale”. E’ vero che al momento l’inflazione è 2,0 per cento a giugno 2025, dopo l’1,9 di maggio e “gli indicatori dell’inflazione di fondo sono nel complesso coerenti con l’obiettivo del 2 per cento a medio termine perseguito dal Consiglio direttivo”.
I dazi tuttavia potrebbero provocare sia un rialzo sia un calo dei prezzi. Gli esperti della Bce infatti rilevano come “un rafforzamento dell’euro potrebbe far diminuire l’inflazione più di quanto atteso. Inoltre, l’inflazione potrebbe risultare inferiore se dazi più elevati inducessero una minore domanda di esportazioni dell’area dell’euro e un reindirizzamento verso l’area delle esportazioni provenienti da paesi con eccesso di capacità produttiva” come la Cina. Dall’altra parte “la frammentazione delle catene di approvvigionamento mondiali” può spingere “al rialzo i prezzi all’importazione”. Anche un incremento della spesa per difesa e infrastrutture potrebbe far aumentare l’inflazione nel medio termine”. Infine fenomeni meteorologici estremi e, più in generale, il dispiegarsi della crisi climatica potrebbero far salire i prezzi dei beni alimentari oltre le aspettative.
Nel frattempo le imprese europee, nota l’istituto centrale, segnalano alle banche cautela e poca propensione agli investimenti visto il quadro non chiaro e il credito alle aziende resta così piatto. Un andamento visto anche in Italia dove, come emerge da una ricerca della First Cisl, i 5 grandi gruppi bancari hanno messo a segno un aumento degli utili del 13,5% ma con impieghi stabili (+0,1%) vista anche la domanda piatta.
Per l’eurozona i segnali positivi, rileva la Bce, vengono da “un mercato del lavoro robusto, l’aumento dei redditi reali e la solidità dei bilanci del settore privato che continuano a sostenere i consumi”. Buone notizie anche dalla disoccupazione al 6,3 per cento a maggio, “in prossimità del livello più basso dall’introduzione dell’euro”. I tassi bassi spingono le famiglie a chiedere mutui e, più in là, effetti positivi sul pil arriveranno dai maxi programmi di spesa per la difesa avviati da alcuni paesi in primis la Germania.
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