Cantante e compositrice, instancabile ricercatrice di suoni e parole, Maria Pia De Vito ha attraversato mondi musicali differenti ogni volta con la stessa eleganza, passione e slancio curioso, nel corso di una carriera costellata da collaborazioni prestigiose e riconoscimenti. Napoli il punto di partenza e l’orizzonte, con la sua lingua, il suo repertorio ricchissimo. Quindi, l’incontro con il jazz, la folgorazione per le grandi voci afroamericane e per Joni Mitchell, uniti alla libertà dell’improvvisazione vocale, al gusto di sperimentare, muovendosi tra tradizione e avanguardie con coerenza e naturalezza. E poi il Brasile: un amore profondo, fatto di studio, presenza, immersione, che da oltre quindici anni è parte del suo respiro musicale. Così è nato nel 2017 il disco Core/coração, un accurato lavoro di traduzione di brani dal portoghese al napoletano svolto al fianco di straordinari protagonisti della musica brasiliana: Chico Buarque – ospite dell’album in due brani – Guinga ed Egberto Gismonti. L’ultima incisione dell’artista, This Woman’s Work (Parco della Musica Records 2023), è un lavoro ispirato alla riflessione sulla condizione femminile, basato su composizioni originali sue e di Matteo Bortone, e su riletture di pezzi che vanno dal jazz di Tony Williams, Ornette Coleman, al cantautorato di Elvis Costello e Kate Bush.
Quest’estate sarà tra le protagoniste dell’appuntamento Le Vesuviane, all’Arena Flegrea di Napoli (29 luglio); il 6 settembre a Ventotene, al Festival Rumori, si esibirà in concerto al Faro con un ensemble vocale, formato dai partecipanti al seminario di Musica d’Insieme e ritmi brasiliani, tenuto dalla stessa Maria Pia, insieme al chitarrista Roberto Taufic e al percussionista Roberto Rossi.
Partiamo dall’inizio: Napoli, dov’è nata, cosa rappresenta per lei?
«È tante città in una, mille panorami diversi che convivono. Da bambina vivevo nel centro storico, a cui sono molto legata. Affacciata al balconcino di casa osservavo il mondo sotto di me, un teatro umano sempre vivace, rumoroso, divertente, musicale. Poi, lo sguardo si è allargato quando ci siamo trasferiti sulla collina del Vomero. Ho scoperto un’altra Napoli. Dalla terrazza del parco della Floridiana o dal belvedere di San Martino mi sembrava di scrutare l’infinito: il mare, Capri e Ischia all’orizzonte. È una città che mi ha sempre fatto sognare. E la sua lingua, così ritmica e musicale, resta una grande fonte di ispirazione».
La grande tradizione sonora partenopea ha fatto il resto…
«Napoli custodisce secoli di musica colta e popolare, un’eredità immensa. Da adolescente, quando ho cominciato a suonare, ho scoperto la produzione rinascimentale: le Villanelle, le Moresche. Poi, mi sono ritrovata negli anni in cui esplodevano Pino Daniele e Napoli Centrale. A un certo punto della mia vita ho scelto il jazz. Intorno ai 35 anni, mentre lavoravo al progetto Nauplia, le radici sono tornate a bussare di nuovo alla mia porta. È cominciato così un percorso che prosegue ancora oggi. La cultura stratificata e porosa della città ha nutrito la mia immaginazione: mi ha spinto a diventare un’improvvisatrice, libera di reinterpretare e di trasformare, più che essere una cantante nel senso tradizionale del termine».
La voce può essere una cura per l’anima?
«Sì. La musica e la voce sono strumenti straordinari di trasformazione, per sé e per gli altri. È un fondamento della mia esperienza di docente, che coltivo da quindici anni e che da due prosegue anche al Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli, dove insegno Canto jazz. Lavorare sulla voce significa ascoltare il proprio corpo, liberare la naturalezza del suono. È un percorso che sfiora la psicoterapia, la bioenergetica».
La ricerca musicale l’ha incoraggiata ad avvicinarsi ad altre culture?
«Sicuramente. La musica stessa è un viaggio, un percorso che si trasforma costantemente. Sono stata più volte, ad esempio, a Bangalore, in India, per collaborare con la cantante Ramamani Ramanujan, che avevo conosciuto grazie alle sue incisioni con grandi musicisti come Charlie Mariano. Insieme abbiamo creato un progetto, studiando il canto e il ritmo indiani. È stata un’esperienza favolosa, umana e artistica».
La copertina dell’album This Woman’s Work (Parco della Musica Records)
Cosa cerca, quando viaggia?
«Da ragazza il viaggio era un’esperienza soprattutto visiva, di scoperta pura dei luoghi. Ricordo quando arrivai a New York: vedere lo skyline mi colpì profondamente. Era come riconoscere qualcosa di già visto mille volte nei film, e allo stesso tempo scoprirlo davvero. È una città dove poi sono tornata molte volte per ascoltare musica, imparare e mettermi alla prova, e dove ho incontrato artisti straordinari: Joe Zawinul, che mi invitò a cantare con lui in tour, Michael Brecker, Ralph Towner, con cui ho collaborato a lungo. Il mio primo concerto lì fu al Birdland, con Cameron Brown ed Eliot Zigmund».
Un altro ricordo vivido di un luogo, legato alla prima impressione?
«Penso alla prima volta che sono stata nell’arcipelago thailandese, visitando le isole di Koh Samui e Koh Tao. Lì, nonostante fosse oceano, mi è rimasta impressa la dolcezza che da noi appartiene al Mediterraneo. Grazie alla barriera corallina, il mare era calmo, accogliente. Con il tempo, però, il mio modo di partire è cambiato».
In che senso?
«Sono diventata meno turista e più viaggiatrice. I molti spostamenti legati al lavoro tra Europa, Estremo Oriente, America, hanno trasformato il mio approccio. Oggi conta soprattutto entrare in relazione con chi incontro lungo il cammino, conoscere i luoghi attraverso il loro sguardo, farmi guidare da chi dice: “Ora ti porto in un posto speciale”».
Cosa porta con sé quando parte?
«Un tempo c’era sempre una mappa. Oggi la tecnologia ha reso tutto più semplice. Però porto ogni volta con me un quaderno per annotare sensazioni, impressioni, idee. Appunti che possono diventare il punto di partenza per qualcosa di creativo».
C’è un’abitudine a cui non rinuncia quando viaggia?
«Sì, ha a che fare sempre con la musica, che mi spinge a curiosare nei negozi alla ricerca di strumenti locali. L’ultima volta, in Vietnam, ad esempio, ho cercato vecchie cassette, dischi o CD con le musiche tradizionali del posto».
A un certo punto il Brasile è entrato prepotentemente nella sua vita.
«La musica brasiliana è un patrimonio che tutti conosciamo, penso a Elis Regina, Chico Buarque de Hollanda, Vinicius de Moraes, solo per citarne alcuni. Per me, però, quest’interesse si è trasformato in un’esperienza attiva che mi ha condotta spesso in Brasile, dove ho potuto lavorare con musicisti e compositori straordinari come Guinga e lo stesso Chico Buarque».
Com’è iniziato tutto?
«Guinga mi chiamò per cantare con lui e, durante una prova, improvvisai una frase in napoletano su un suo brano. Mi chiese subito: “Puoi tradurre così i pezzi che suoneremo?”. Da lì è iniziato un percorso fatto anche di concerti in Brasile. Poi ho conosciuto Chico Buarque, con cui da quindici anni ho un rapporto di amicizia e collaborazione profonda fondato sulla parola, grazie appunto al lavoro di studio e traduzione dal portoghese al napoletano di brani del suo repertorio, in cui cerco di restituire il più possibile la poetica straordinaria e la musicalità, complici la duttilità e la ricchezza di sfumature della lingua partenopea»
Ci racconta un angolo di Rio de Janeiro che l’ha colpita in modo speciale?
«Rio è una metropoli incredibile perché nasce letteralmente dentro la selva, “La Mata”. La foresta entra nella città stessa: penso al Jardim Botânico, accanto al quale viveva Tom Jobim, e dove ancora oggi abitano grandi musicisti. Sono luoghi di una bellezza e di una natura esplosiva. Ricordo quando presi una casetta nella parte alta di Leblon: sulla terrazza arrivavano piccoli macachi e bisognava tenere chiuso il balcone della cucina, altrimenti sarebbero entrati in cerca di cibo. Chico mi ha fatto conoscere la zona di Lapa: un quartiere di locali caratteristici, particolarissimi. Passeggiare tra i suoi vecchi edifici coloniali, con intorno una bellezza decadente ma ancora vivacissima, ti resta dentro. E poi, il lungomare mozzafiato che apre il cuore: devo andarci, non importa da quale parte della città mi trovi».
Pochi mesi fa è tornata proprio a Rio. Se dovesse fermare un’immagine, quale sarebbe?
«Durante l’ultimo viaggio, che tra l’altro ha avuto a che fare con il lavoro sul mio prossimo disco, ho assistito alle prove in strada di una scuola di samba. La batteria di percussioni era seguita da un migliaio di persone di ogni età e condizione sociale, che cantavano e danzavano insieme sotto la pioggia eseguendo il canto prescelto per il sambodromo. È stata un’esperienza che mi ha commossa: vedere questa comunità così unita, così viva, mi ha fatto pensare alla bellezza di noi esseri umani quando diventiamo un’unica voce, senza distinzioni. Dovremmo riscoprire più spesso questa forza che ci lega».
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