Nell’era dei diritti, a minare la credibilità di una società che si dichiara ogni giorno più inclusiva e attenta ai valori, arriva la denuncia pubblica della pallavolista Asja Cogliandro. Ventinove anni trascorsi quasi tutti sottorete, una passione smisurata per il volley e tanta forza caratteriale, ad Asja sembrava tutto perfetto. La notizia della gravidanza era giunta dopo il rinnovo di contratto appena firmato, la ciliegina sulla torta di una stagione sportiva esaltante culminata con la promozione della sua squadra, la Black Angels Perugia, in A1.
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Ed invece, a rovinare tutto, sarebbe arrivato un atteggiamento di «inconcepibile violenza psicologica» da parte della società che fino a un momento prima riteneva la sua famiglia.
«Il 21 gennaio mi alleno ed ho paura, le mie compagne sono spaventate. Decido quindi di dire di essere incinta. Il giorno dopo lo comunico al direttore sportivo che, contentissimo, mi abbraccia». Poi, però, il dietrofront. «In un attimo lo scenario cambia e arrivano le pressioni. La società mi dice di lasciare la casa e di restituire le mensilità già pagate. Diventano assertivi, vogliono che vada via». Incredula, Asja Cogliandro tenta una mediazione. «Chiedo una sospensione del contratto e magari di essere impiegata nel club con altre mansioni, ma niente. Siamo co.co.co, non professioniste. Tra la loro offerta e il dovuto fino alla scadenza naturale del contratto ballano 12 mila euro, una cifra stupida, ma io ho subito una violenza psicologica. Se continuiamo ad accettare questi compromessi, non sarò l’ultima. È ora di dire basta».
Per lei è «una grande storia d’amore finita con una inconcepibile violenza psicologica di cui non capisco proprio il motivo. Nei giorni successivi vengo chiamata al telefono ripetutamente perché, mi dicono, bisogna capire che cosa fare del contratto. Mi impongono di chiedere la maternità, ma quella scatta a due mesi dalla data del parto. La verità è che a loro interessa solo tagliarmi». E ancora: «In carriera ho avuto degli infortuni e sono stata pagata regolarmente, ora invece sono da allontanare. Mi hanno dato dell’ingrata e sono stata anche minacciata. Piuttosto che tornare a giocare vado a fare il muratore, lo sport che amavo ora mi disgusta e non ne voglio più sapere”».
La posizione di Federvolley e Lega
«Ho letto con amarezza la vicenda relativa ad Asja Cogliandro. Desidero esprimerle la mia piena solidarietà personale e quella di tutta la Federazione Italiana Pallavolo. La maternità non può mai essere vista come una colpa, né tantomeno un ostacolo alla carriera di una sportiva», spiega il presidente Giuseppe Manfredi. «Proprio per questo, come Federazione, qualche anno fa abbiamo voluto dare un segnale concreto, istituendo “La maternità è di tutti”, un fondo dedicato alle atlete che diventeranno madri, in maniera da accompagnarle e sostenerle in un momento così importante della loro vita. Dall’attivazione del fondo abbiamo già sostenuto molte atlete che ne hanno fatto richiesta».
Anche la Lega Volley Serie A femminile si schiera con la centrale. «La Lega prende atto con rammarico della situazione che si è creata tra la Società Black Angels Perugia e l’atleta Asja Cogliandro, una situazione che poteva e doveva essere evitata con sensibilità e buon senso. La maternità è un diritto, una cosa bellissima, e la Lega si è sempre battuta per la tutela della vita, impegnandosi in maniera continuativa con campagne di sensibilizzazione non solo su questo tema ma su tutto ciò che riguarda la salvaguardia delle nostre atlete e di tutte le donne per l’inclusività e contro il disagio sociale. Questa vicenda perciò ci colpisce e ci rattrista ancora di più», sottolinea il presidente Mauro Fabris.
Il ministro dello Sport punta a trovare soluzioni
Anche Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, ha voluto esprimersi sulla questione. «Il professionismo non può essere l’unico elemento che garantisca diritti e tutele perché non tutte le discipline possono permettersi certi costi, il tema non è fare solo la cosa giusta ma promuoverla affinché il movimento cresca arrivando a un’autosufficienza. Verificheremo l’efficacia delle regole, non è possibile che si viva solo grazie a sussidi pubblici e generosità delle società, dobbiamo valutare insieme se ci sono altre forme che garantiscano tutele senza incidere sulla sostenibilità economica. Ragionamento che va fatto perché la ricerca delle pari opportunità, passa attraverso collaborazione continua».

