“È bello essere tornati a ridere.
Non so come sia qui ma negli ultimi dieci anni in Inghilterra e
America c’è stato chi ha detto agli altri che non potevano
ridere di certe cose. Ma li abbiamo respinti, siamo andati
avanti, abbiamo vinto” Ricky Gervais è arrivato quasi alla fine
del suo nuovo spettacolo Mortality all’Unipol Forum di Milano
gremito di novemila fan ad ascoltare le sue battute famose per
essere (quasi) senza filtri e a questo punto scoppia in un
applauso. Non il primo e non l’ultimo dello show.
Il comico inglese, recordman da Guinness dei primati per lo
spettacolo di stand-up con l’incasso maggiore per il suo show al
Hollywood Bowl, famoso per sit-com come The Office, gli speciali
su Netflix e soprattutto per le polemiche che scatena con le sue
parole (come quelle dette ai Golden Globe nel 2020, che da
allora non ha più presentato), spiega che ‘Mortality’ è il suo
spettacolo “più personale e onesto”, non uno spettacolo sulla
morte ma “sul vivere. C’è gente che è così preoccupata di morire
che si scordano come vivere. Le cose belle della vita sono
pericolose, come l’alcol. Lo so perché lo vendo” . Ed è vero che
può causare problemi di salute, però anche annebbiare la mente e
quindi ha permesso a tanti bambini di nascere, alcuni “deformi
se la madre ha continuato a bere. Ma la cosa bella è che se sei
un bambino deforme puoi iniziare a bere prima”. Battuta in stile
Gervais che rivendica “la libertà di parola”, scoprendo
l’ipocrisia di certi comportamenti, l’ipocrisia di chi si dice
antirazzista ma “se Anna Frank bussasse alla porta chiedendo di
entrare in casa in una zona circondata da nazisti con il rischio
che ti uccidono le diresti ‘vai alla casa accanto'”. “Da
qualsiasi parte stai, dovremmo essere d’accordo sulla libertà di
parola, da cui derivano gli altri diritti” avvisa.
Gervais è sul palco con due megaschermi per permettere anche
a chi è seduto lontano di vederlo. Look jeans e t-shirt neri con
come scenografia un immagini di ali nere (come quelle
dell’angelo della morte?), parla e stigmatizza senza mai avere
l’atteggiamento del guru che svela la verità, piuttosto quello
di chi pensa che l’umorismo sia un arma, anzi sia l’arma da
supereroe che abbiamo alla faccia “dei fighetti della borghesia
che dicono alla gente normale a cosa possono e non possono
ridere”.
Dal chiedersi cosa faceva Stephen Hawking, praticamene “una
sedia a rotelle parlante”, alle feste di Epstein, passa
all’intelligenza artificiale che non deve spaventare i giovani
“perché se diventa un peso si può staccare la spina, come
abbiamo fatto con quella di mamma…”, si va a uno dei temi
universali della comicità, la cacca, con tanto di elegia
dell’ano che “lavora 24 ore al giorno” per evitare fuoriuscite.
Tecnologia, suicidio assistito, religione, età che avanza (anche
la sua che, ricorda più volte, ha compiuto 64 anni), ma pure la
battuta sulle misure di Jason Mamoa che si è autocensurato ai
Golden Globes, il ricordo dei cori dei tifosi su Elton John
quando era presidente del Walford, prima del suo coming out
ufficiale, in un’ora Gervais tocca una serie di temi e invita:
“non puoi preoccuparti di cosa succede dopo che sei morto,
quindi goditi la vita”. E lui sembra farlo.
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