La guerra è una cosa da maschi. Ce lo insegnano fin da bambine, quando sono loro, la maggior parte delle volte, a brandire armi giocattolo e a farsi trasportare con la fantasia in ipotetici e truci scenari bellici; e ce lo ricorda la cronaca quotidiana.
Nel conflitto ucraino, come in qualunque altro, sono gli uomini a combattere, e sempre loro hanno dato inizio al conflitto e sono seduti oggi nelle stanze della diplomazia e dei negoziati.
Tuttavia, a oltre tre anni dall’inizio dell’invasione russa su larga scala in Ucraina, mentre milioni di uomini sono impegnati al fronte le donne rappresentano il vero collante sociale del Paese. Sono loro a mantenere coesa la vita comunitaria, a occuparsi della cura di bambini, anziani e persone vulnerabili, e a garantire l’accesso a servizi essenziali là dove le infrastrutture sono state distrutte.
Questo capitale umano fatto di competenze, cura, resilienza, è la base su cui poggiare la ripresa del Paese eppure, come denunciato dal nuovo rapporto di WeWorld, Her Future at Risk – Gender-Transformative WASH Programming in Wartime Ukraine, il ruolo delle donne resta in larga parte invisibile nella risposta umanitaria e nei piani di ricostruzione.
Ma non solo, anche la gestione della crisi dal punto di vista sanitario è sempre stata calibrata su esigenze e parametri maschili, e in un contesto in cui oltre il 20% delle famiglie ha un accesso limitato all’acqua sicura e oltre il 10% segnala un peggioramento nell’accesso ai servizi igienici, donne e ragazze pagano il prezzo più alto.
WeWorld è intervenuta immediatamente a marzo 2022, poco dopo l’invasione russa, in soccorso alle persone costrette a lasciare le loro case nelle aree dell’est del Paese, attivando i partner in loco e avviando in seguito una presenza stabile di risposta all’emergenza, che perdura tutt’oggi.
L’associazione è da sempre molto attiva nella tutela dei diritti e, tramite vari progetti in diverse aree del mondo, nella promozione della parità di genere. Nonostante ciò «a spingerci a fare questo report è stata l’intuizione che il nostro approccio ai soccorsi non fosse del tutto corretto», spiega Piero Meda, Direttore Paese WeWorld Ucraina.
«Visitando le case delle persone, nel tempo mi sono accorto che anche donne che avevano superato i 60 anni trovavano nei kit igienici che ricevevano degli assorbenti, che però ovviamente essendo in menopausa non usavano. Di contro, quasi 1 donna su 5 (18,5%) dichiara difficoltà nel reperire prodotti per la salute mestruale».
C’è insomma chi ha senza averne necessità e chi dovrebbe avere di più ma è in affanno. In questo cortocircuito umanitario l’unica via d’uscita è un’assistenza che, se nella prima fase dell’emergenza per essere efficiente segue necessariamente protocolli standardizzati, con il passare del tempo deve essere sempre più personalizzata. «Abbiamo capito che le emergenze umanitarie non sono neutre e che se il genere non viene affrontato esplicitamente le disuguaglianze preesistenti si riproducono e si aggravano».
Il report è pubblicato all’interno della ricerca internazionale Her Future at Risk: The Cost of Humanitarian Crises on Women and Girls e realizzato consultando oltre 25 organizzazioni ucraine e internazionali e più di 800 donne e ragazze,

