Dalla lista dei pezzi mancanti di Palermo va depennata una voce importante: i brogliacci delle intercettazioni dell’inchiesta mafia e appalti sono stati ritrovati mercoledì scorso dagli investigatori del Gico del nucleo di polizia economico finanziaria di Caltanissetta. Le buste, quattro, ancora sigillate, erano in un archivio polveroso del palazzo di giustizia di Palermo.
I militari e i magistrati della procura nissena diretta da Salvatore De Luca indagano da più di due anni sull’insabbiamento del fascicolo d’inchiesta riguardante le infiltrazioni di Cosa nostra nelle aziende del Gruppo Ferruzzi. Sotto inchiesta per favoreggiamento ci sono gli ex sostituti procuratori Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, ma anche il generale della Guardia di finanza Stefano Screpanti. Secondo l’accusa, magistrati e investigatori avrebbero consapevolmente ignorato quanto emergeva da quelle intercettazioni fatte tra le fine del 1991 e l’inizio del 1992. Da una parte gli affari degli imprenditori mafiosi Buscemi, dall’altra l’aggiustamento di un processo per omicidio riguardante il capomafia Franco Bonura grazie all’esponente politico democristiano Ernesto Di Fresco.
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Natoli ha sostenuto davanti alla commissione parlamentare antimafia di non averne saputo nulla: «Dalle intercettazioni che mi furono comunicate non emergevano elementi rilevanti». Ora,però, si scopre che nei brogliacci erano segnati vari spunti di indagine. Ed è un giallo, perché mesi fa i finanzieri del comando provinciale nisseno diretti dal colonnello Stefano Gesuelli ritrovarono anche una nota dell’allora capitano Screpanti, in cui si parlava delle perplessità dei magistrati su questa indagine. Dunque, chi insabbiò per davvero questa inchiesta?
Nei mesi scorsi, Natoli aveva depositato delle memorie difensive. Venerdì, l’ex presidente della corte d’appello di Palermo è stato ascoltato per dodici ore dai magistrati di Caltanissetta. E ha detto di avere operato correttamente. Ha ribadito soprattutto di non avere avuto alcuna comunicazione particolare da parte della Guardia di finanza nella nota finale dell’inchiesta. Di sicuro, fra le intercettazioni “rilevanti” non erano segnate quelle sul boss Bonura che parlava con l’ex presidente della provincia Di Fresco. Nei mesi scorsi, il procuratore De Luca e l’aggiunto Pasquale Pacifico avevano chiesto al generale Screpanti il significato di quella nota lasciata agli atti in cui rivelava le perplessità dei magistrati sull’inchiesta in corso. Ma lui non ha segnalato alcuna particolare anomalia, dicendo che note di quel tipo erano quasi una “prassi”.
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E, allora, torna la domanda: chi avrebbe insabbiato le intercettazioni su Bonura, Di Fresco e Buscemi? Secondo l’accusa, Natoli sarebbe stato “istigato” dall’ex procuratore di Palermo Pietro Giammanco. Ma Giammanco è morto nel 2018 e non è facile ricostruire cos’è accaduto per davvero in quel periodo. Per i pm nisseni si trattò di un’indagine superficiale, con delle intercettazioni durate troppo poco. A Natoli viene contestato anche di avere ordinato la distruzione delle bobine e dei brogliacci, che però sono stati recuperati, anche i nastri delle conversazioni erano rimasti al palazzo di giustizia di Palermo.
Il mistero resta. Chi non si accorse, o meglio chi ignorò quelle intercettazioni così evidenti sul boss Bonura, che nel gennaio del 1992 fu assolto dalla corte d’assise d’appello dall’accusa di un duplice omicidio? Nei brogliacci, i finanzieri identificavano chiaramente Di Fresco, che si esprimeva con toni affettuosi nei confronti del costruttore boss. Eppure, quell’identificazione fatta nei brogliacci (rimasti sigillati e trasmessi all’archivio della procura) non compare nei documenti consegnati a Natoli. Le indagini proseguono.

