Lo abbiamo letto qualche mese fa, e da subito sapevamo che, dopo il Premio Strega Giovani, ad Andrea Bajani sarebbe andato anche il Premio Strega 2025. Ci era sembrato un romanzo diverso: non la solita autofiction autoindulgente, ma una storia scomoda, che solo probabilmente qualcuno come lo scrittore torinese che vive da anni negli Stati Uniti (insegna scrittura creativa alla Rice University di Houston, Texas, dove vive con la sua famiglia e dove i suoi studenti sono stati degli «ottimi sparring partners» nel discutere i temi del romanzo) poteva scrivere. Una storia che nasce intima – anche se l’autore ha precisato che non si tratta di un’autobiografia – e diventa politica.
L’anniversario (Feltrinelli) racconta appunto del decennale di un evento fondativo del protagonista: l’abbandono della sua famiglia di origine, che non rivedrà più. Le successive pagine vanno a raccontare come si è aperta questa frattura e come si è fissata, per non venire mai sanata. «È un romanzo contro il patriarcato», ha detto Bajani ricevendo il premio. Sicuramente. Ma è anche molto di più. Perché tratta un tema che in un Paese come l’Italia, e soprattutto l’Italia di oggi, suona surreale: come si può rinnegare il sangue del proprio sangue? E soprattutto: come lo si può fare, se alla base non ci sono violenze evidenti, delitti alla luce del sole, fortissime ingiustizie? È lecito, insomma, allontanarsi da madri e padri che finalmente riconosciamo come estranei?
«È un romanzo contro il patriarcato», ha detto Bajani ricevendo il premio. Sicuramente. Ma è anche molto di più. Abbiamo girato queste domande a un emozionato Bajani («pubblico da 23 anni, e sono 23 anni che mi sento principiante. Conta moltissimo che mi senta principiante anche ora, dopo lo Strega», dice) che già avevamo apprezzato per temi simili in altri romanzi, come Se consideri le colpe, del 2007, o Il libro delle case del 2021.
Si potrebbe dire che il libro è una lettera d’amore alla madre? Oppure è la nostra educazione cattolica di lettori italiani che ci spinge a trovare una compassione verso i genitori?
«Credo sia un esercizio di compassione, come è proprio della letteratura. Che va a indagare nella complessità e nelle contraddizioni dell’animo umano. Qui c’è una madre invisibilizzata che un figlio vuole riportare alla luce, restituirsi, e di cui prova, con gli strumenti propri della letteratura, a indagare le ragioni».
Scrive che il romanzo serve a «riportare la madre in vita», «estrarre la madre dalla roccia». È questo il gesto amorevole?
«Non so se sia amorevole, ma è un gesto quasi politico. In una cultura patriarcale dove la donna è invisibilizzata, provare a vederla è un atto civile».
Il tema del libro è un tabù in Italia, soprattutto in questo momento storico: la famiglia è sacra. Crede che sarà accolto da altri dibattiti, e quali, nei 25 Paesi in cui sarà tradotto?
«La famiglia è ancora lo strumento più diffuso con cui l’essere umano prova a proteggersi. Quando però non funziona più la protezione, quando invece si sente il rischio, allora può sorgere – come sorge nel protagonista dell’Anniversario – il desiderio di sottrarsi al meccanismo. E qui però comincia il grande tabù: delle famiglie si può parlare male ma a esse non ci si può sottrarre».
Il tono del libro sembra distaccato, un po’ alla Camus dello Straniero, «Aujourd’hui maman est morte», ma io trovo ogni parola dolorosa. Il libro è breve, ha detto di averlo scritto in 20 giorni: è stato un parto così facile?
«Mi piace il richiamo a Camus. È stato veloce e lentissimo. Venti giorni come una poesia e poi tre anni di lavoro come un romanzo. Il lavoro è stato nel cercare di mantenere la complessità, cercare il rigore letterario, e bandire ogni retorica o facile seduzione».
Come si sente oggi, che il romanzo è in mano al mondo e vive da solo? Liberato?
«Sento che è diventato un romanzo politico, collettivo. Il che riempie di forza».
Nel libro, perché anche la sorella viene compresa nell’allontanamento dai genitori? Che colpa ha?
«Il romanzo è proprio un genere che si sottrae dalla scorciatoia delle colpe, dei condannati e degli innocenti. I lettori e le lettrici sapranno sentire la complessità di ogni personaggio – sorella compresa – senza risolverla in un giudizio».

