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    Home»Persone»Danny Boyle: «In 28 anni dopo due cose volevamo inserire assolutamente: la Brexit e i Teletubbies»
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    Danny Boyle: «In 28 anni dopo due cose volevamo inserire assolutamente: la Brexit e i Teletubbies»

    admin5698By admin569812 Giugno 2025Nessun commento5 Minuti di lettura
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    Vanity Fair Italia
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    28 anni dopo, terzo film di una trilogia aperta nel 2002 da Danny Boyle e Alex Garland, la cui coppia torna dopo aver affidato il sequel del 2007 a Juan Carlos Fresnadillo (28 settimane dopo), è a propria volta il primo titolo di una nuova trilogia di cui il regista di Trainspotting ha già girato il secondo capitolo. «Per il terzo stiamo cercando i fondi, in caso qualcuno voglia darci una mano», scherza sornione il cineasta di Manchester mentre presenta la pellicola a Roma, di ritorno sul grande schermo dopo l’ultimo Yesterday del 2019. «C’è voluto tempo prima di tornare nel mondo di 28 giorni dopo. È un film ancora molto visto e amato, ma con Alex abbiamo deciso che ci avremmo lavorato nuovamente solo se avesse avuto un’idea forte in cui investire energie. Alla fine, quando è arrivata, due cose volevamo inserire assolutamente: la Brexit e i Teletubbies».

    È infatti con il programma televisivo britannico per bambini che si apre 28 anni dopo, prima di immergerci su un’isola in cui vive una piccola comunità separata dalle creature mostruose conosciute con i film precedenti, le quali si sono ulteriormente evolute nel terzo film. Un piccolo villaggio di cui a farne parte sono i protagonisti Spike, il giovane Alfie Williams classe 2011, e i genitori Isla e Jamie, interpretati da Jodie Comer e Aaron Taylor-Johnson. Una famiglia all’interno di uno status quo che Garland e Boyle volevano richiamare e che hanno esplorato da un punto di vista sociale: «Il viaggio di Spike è il viaggio del film stesso. Volevamo fare un horror, ma parlare anche di famiglia e dei cambiamenti che può subire anche a livello collettivo. Il padre si aspetta che il figlio segui le proprie orme, perciò siamo andati ad impostare la struttura di un villaggio con la mentalità dell’Inghilterra anni Cinquanta in cui uomini e donne avevano ruoli separati. Qui abbiamo inserito la Brexit: nei maschi che vanno a cacciare, mentre le donne fanno altro. Un paese vecchio da cui il protagonista esce, trovando la propria strada che, nel film, rappresenta il progresso».

    28 anni dopo: come è stato girato?

    Danny Boyle non può esimersi dal lodare i suoi attori – compreso Ralph Fiennes nel ruolo di un peculiare medico – notando come i giovani interpreti sembrino molto più preparati rispetto ai colleghi del passato: «Quasi vent’anni fa per The Millionaire avevamo fatto dei casting per il ruolo del ragazzino protagonista, ma è incredibile come la recitazione sia cambiata tra gli attori di fascia giovanissima. Credo sia stato l’effetto della saga di Harry Potter, vedere quei film ha fatto dire loro: perché non posso farlo anche io?». Oltre a notare come l’immaginario della Londra deserta di 28 giorni dopo non poteva essere replicato per un terzo film, dopo un mondo post-Covid dove la suggestione delle metropoli vuote è stata per un breve periodo realtà: «Il covid ci ha costretto a cambiare il nostro orizzonte, il che comprende lo stesso virus del film. Dopo tanti anni i sopravvissuti non se ne stanno solo nascosti, ma sono in cerca del rischio». La rabbia, invece, non è poi tanto cambiata, col virus che rende le persone una furia andando da zero a cento, un sentimento che spesso ci troviamo a vivere anche nella quotidianità. E la colpa, secondo Boyle, risiederebbe nella tecnologia, sebbene sia stato lo strumento fondamentale per la cornice estetica e produttiva di 28 anni dopo.

    «Abbiamo utilizzato tantissimi iPhone», racconta il regista ricordando l’esperienza sul set. «Anche molte macchine da presa leggere. Non volevamo nulla di pesante visto che dovevamo muoverci all’interno di una natura stupenda. Per questo abbiamo usato anche svariati droni: mandavamo gli attori in scena e poi li riprendevamo con quelli». L’intenzione da parte di Boyle era il trovare qualcosa che risultasse visivamente nuovo: «Il primo film era stato realizzato interamente in digitale e fu il primo di quel genere ad avere una larga distribuzione. Nel tempo la tecnologia si è evoluta, ora persino il telefono può girare in 4K. Perciò abbiamo sperimentato, anche se ci siamo imbattuti in diversi problemi. Con la troupe è stato complicato. Un regista può realizzare un film ogni due o tre anni, le crew sono sui set in continuazione, perciò è normale si tenda ad adagiarsi su formule che già si conoscono e sono collaudate. Noi abbiamo posto la troupe davanti a delle sfide, destabilizzandola a volte. È stato però stimolante combattere questa resistenza ai cambiamenti, che magari non produce la perfezione, ma che non è nemmeno ciò che ci interessa. Noi cerchiamo ciò che c’è in mezzo, nelle crepe».

    Tra horror e resistenza

    E se alla domanda su chi sono i veri mostri di cui aver paura oggi Danny Boyle risponde che bisogna aspettare il prossimo film per scoprirlo, nel frattempo il regista trova un baluardo nell’informazione sicura: «Posso parlare solo del mio paese, ma credo che ci rendiamo sempre di più conto ogni giorno che mancano delle vere e proprie figure di resistenza tra i nostri leader. Mancano persone che possano essere di ispirazione e mandarci avanti. C’è stato un momento in cui si credeva che l’intelligenza artificiale potesse diventare un riferimento, ma ci si è accorti presto che le opportunità di business che offre spesso vanno a scapito della libertà. Perciò se dovessi dire a chi credo, in questo momento, risponderei la BBC. Non ha proprietari, né azionisti ed è una realtà che controlla qualsiasi immagine e notizia prima di pubblicarla, da ciò che dichiara Trump alle nefandezze della politica russa».

    La giusta dose di horror estiva è offerta quindi da 28 anni dopo di Danny Boyle, in sala dal 18 giugno, distribuito da Eagle Pictures.

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